
Non poteva pretendere, Spalletti, di poter condividere con il Capitano il momento della commozione e delle emozioni intense, riservate esclusivamente a un personaggio. A Roma, all’Olimpico, un confronto tra un tecnico già annunciato in partenza e un campione che era stato una leggenda per il calcio romano, non era possibile. E dunque, Spalletti non può meravigliarsi se è stato accompagnato da una sonora fischiata corale al momento di prendere congedo dai tifosi giallorossi per cercare nuove avventure, un’altra panchina per niente comoda come quella di un’Inter da ricostruire per l’ennesima volta e senza neanche il conforto degli impegni internazionali di livello. Restano i numeri significativi che hanno garantito il secondo posto e l’approdo alla massima competizione europea evitando la trappola dei preliminari, che spesso per tante squadre prestigiose si sono rivelati fatali. Lo ha tradito, invece, l’incerto cammino della sua squadra in quella parentesi da dentro o fuori che segna tutte le competizioni a eliminazione diretta in campo internazionale, ma anche in quel derby che ha lasciato ferite profonde nell’animo dei romanisti. Ha imparato poco, Spalletti, dagli errori commessi dalla precedente esperienza romana, e non può lamentarsi se alla fine non ha trovato accanto a sé gli amici che avrebbe voluto, una volta logorato anche il rapporto con la stampa, oltre che quello con la parte più viva e sanguigna della schiera dei tifosi. Raccoglierà un’eredità nonostante tutto abbastanza pesante Eusebio Di Francesco, che tuttavia ha già dimostrato di avere doti caratteriali importantissime e che l’ambiente romanista conosce bene per averne fatto parte con ruoli da protagonista.










