
Da fuori, da lontano tutto può avere l’aria di un eccesso (e, questo racconto, di retorica esagerata), ma da vicino no — qui, sotto l’Olimpico, ogni storia è una storia annodata a quella del Capitano. Marco ha diciott’anni, è di Garbatella, dice che forse non sarà promosso, chiama suo padre («A pa’ nun ce fanno entra’»), e si è pentito di non aver fatto l’abbonamento. Una madre, un figlio sedicenne — lui ipnotizzato dallo schermo dello smartphone. Sta per piangere. Si sta scaricando la batteria. Vorresti essere dentro? gli domando. «Forse», scuote la testa. Forse no. Intanto qualcuno si ostina a cercare di entrare, ma niente, un ragazzo sbraita, fa il pazzo. «Semo entrati sempre e oggi no, proprio oggi, che ve costa?». Non c’è uno che non abbia la maglietta del numero 10, un cartello, una bandiera, non c’è uno che non parli di lui come di un supereroe. Non solo un giocatore, più di un giocatore. E se vedi le lacrime di una ragazza — non riesce a fermarsi — c’entrano, spiega, «con tutti i momenti belli che lui mi ha fatto vivere. Le trecento volte che ho esultato», dice. Te le ricordi tutte? «No, non tutte, ma tante, e ognuna è un momento della mia vita». C’è un ragazzo arrivato da Perugia, senza biglietto, ci ha provato in tutti i modi, i prezzi sono arrivati troppo in alto. Parla con la ragazza al cellulare, le spiega la situazione. «Sto bloccato qua fuori». Lei non è venuta? «No, lei è laziale». E non la lasci? «No».
Quando il Genoa segna il suo secondo gol, un’ombra cala all’istante sul gruppo che guarda la partita davanti a un baracchino sul ponte. Vabbè, commenta un rassegnato, l’importante è l’onore per Totti. No, pure il secondo posto conta. E quando un boato segnala il vantaggio in extremis, la festa può davvero iniziare. Tutt’altro che a cuor leggero, per carità, ma almeno senza rimpianti. Trovo divertente che una signora — cinquant’anni e maglia bianca con la scritta rossa (“Per sempre capitano”) — osservi con stupore la commozione di un gruppetto di ragazzoni. Che — sostiene — «nun se commuovono pe’ niente, secondo me, questi nun c’è niente che li fa piange, solo Totti c’è riuscito». L’ultimo simbolo di una città bellissima e sfasciata, il più forte, il più trasversale: nonni, padri, figli, nipoti stretti in un enorme abbraccio. La Roma non si discute, si ama, certo, ma tanto meno si discute Francesco, no? Con accento non romano, un ambulante prova a vendermi una maschera di cartone con la faccia di Totti, mentre la signora che da una vita vende magliette e bandiere all’angolo del ponte si lamenta: «Io c’ho la licenza, questi no». E aggiunge che lei alla prima partita di Totti c’era, marzo 1993, all’ultima pure, «ma sto qua fuori». Mi fa tristezza. Mi fa tristezza pure che il prossimo campionato si gioca praticamente tutti giorni, che senso ha? Qualche anno fa, vicino a Porta Metronia — luogo natale del Capitano — , qualcuno aveva apposto una targa: piazza Francesco Totti. Non è ancora nelle mappe, è un luogo immateriale, immaginario — ma forse, sotto l’obelisco dell’Olimpico, nella domenica più lunga degli ultimi venticinque anni, ha dato l’impressione di esistere davvero. «Devi esse un robot pe’ nun piagne». Mi arriva questa frase alle orecchie, e mi sembra una giusta conclusione. Una coppia resta abbracciata a lungo — sono due numeri 10, lui e lei, non si staccano più. Lo stadio si sfolla, vado verso il tram, ne passa uno stipatissimo. Mi accorgo — mentre si allontana nel buio — che il conducente, al posto di Flaminio Metro A, ha messo (con spirito romanista e romanissimo), la scritta “Grande Francesco Totti”.










