
Tedesco di nascita, da decenni in Italia, Kipar è architetto del paesaggio, docente al Politecnico di Milano, e fondatore di Land, gruppo d’avanguardia nell’urbanistica green che ha operato già in diverse città tagliate al loro interno dai fiumi, come Torino. È uno che conosce insomma le pastoie della burocrazia italiana, un labirinto dentro cui invece si è trovato spaesato Dan Meis, l’archistar americana a cui è stato affidato il disegno dello stadio. «Non posso dire che non me lo aspettassi. L’Italia è famosa per le difficoltà nel cercare di costruire grandi opere». A Venice Beach, in California, nello studio dell’architetto specializzato in stadi e arene (sta ristrutturando anche il Dall’Ara di Bologna), arrivano gli echi delle polemiche che si stanno scatenando in questi giorni: «Spero che tifosi e cittadini non si scoraggino» ci dice mentre rievoca con entusiasmo lo spirito di fondo del suo progetto: «Ciò che lo rende unico rispetto a tutti gli altri stadi del mondo è l’attenzione dedicata alla Curva Sud, dove si riunisce il tifo più caldo della Roma. Sarà monumentale». D’altronde, «tutto nello stadio è ispirato al Colosseo», come sogna il capitano Francesco Totti, «dal tetto, mobile e leggero, fino al muro di travertino galleggiante che rivestirà la struttura, con tecnologie che lo renderanno un modello all’avanguardia». Meis si dice ottimista, e il suo stato d’animo fodera la convinzione che lo stadio si farà nonostante tutti gli ostacoli. Perché, sostiene, «fatta eccezione per i tifosi della Lazio, dovrebbero essere tutti contenti».
E invece. Il terzo architetto, il più famoso, Daniel Libeskind, l’autore delle tre torri su cui si sta giocando il grosso della sfida tra Campidoglio, M5S e società dei costruttori Parnasi, per ora tace. Parlano i suoi colleghi, Meis e Kipar che a Tor Di Valle si è mosso secondo la direttiva «project to protect» ispirandosi all’Allianz Arena del Bayern Monaco, un capolavoro dell’architettura del genere, inserito perfettamente in un paesaggio bucolico: «Progettare con il luogo che c’è: l’acqua del Tevere, l’agricoltura preesistente e il verde da cui nascono un parco fluviale, un parco urbano e un parco a vocazione agricola». L’alternativa è che tutto rimanga com’è: «Nel degrado totale attorno all’ippodromo e nell’incuria degli argini del fiume. Il soprintendente può chiedere quanti vincoli vuole, ma su paesaggio e visuale anche noi avremo qualcosa da dire».










