
MODULI – Qui se ne vedono di tutti i colori, la noia non è quasi mai invitata. Non conta il modulo, contano i principi: Spalletti l’ha sempre urlato e poi l’ha messo in pratica. Con la Roma ha cambiato almeno cinque schieramenti. Ha sperimentato la difesa a tre, l’ha abbandonato sposando il trequartista, poi il finto centravanti, il centravanti in carne e ossa, quel vecchio adagio del 4-2-3-1 (che poi è la via maestra del momento) e quella formula così stramba che era parsa inizialmente il 4-2-4, poi schieramento di successo e di riferimento della rincorsa Champions della scorsa stagione. Ti giro e ti rigiro la Roma, perché — lo ripete spesso Spalletti — dall’esperienza in Russia è tornato cambiato, aggiornato, per meglio dire arricchito.
I GIOCHINI – Non c’è una sola Roma, ma mille e chissà quante altre. E chissà quanti altri giocatori passeranno qualche giornata nel laboratorio spallettiano. Che lo immaginiamo così, con i dati del match analyst in mano e il pensiero fisso sulla prossima modifica. L’elenco è già lungo oggi. Rüdiger ha fatto il centrale, il terzino destro in una difesa a quattro, persino l’esterno a destra avanzato in un 3-4-2-1. Esattamente come dalla parte opposta ci ha provato (e bene) El Shaarawy. Esterno tuttafascia, come piace dire al tecnico giallorosso. È successo all’inizio del suo ritorno, molti mesi fa: sembra una vita, ma ha lasciato il segno eccome. Il Faraone nel frattempo è tornato a giocare alto, basta coperture a tutto campo, quelle a sinistra le può garantire meglio un terzino come Bruno Peres, di natura destro ma spesso adattato dall’altra parte. Il brasiliano ha iniziato a giocarci dopo Juan Jesus ed Emerson, per poi tornare a galoppare dall’altra parte, a destra, nell’ultima partita, quella vinta contro l’Inter. Lì, tra un gol di Dzeko e una capocciata di Manolas, si sono visti anche gli strappi di Florenzi. Incursore, proprio alle spalle del bosniaco. Una casellina in cui Alessandro ancora non si era mai calato e che fino ad oggi era stata occupata con successo da Radja Nainggolan. Già, proprio lui, il simbolo più autentico del trasformismo. Preso dal mezzo al campo e portato alto nel 4-2-4, a volte anche più della punta, per sfruttarne l’aggressività e la capacità di giocare spalle alla porta. Chi invece la porta la deve vedere e annusare è Momo Salah. Anche su di lui Spalletti ha lavorato su, avvicinandolo alla «zona rossa», l’area di rigore, fino a farlo scivolare a volte a fare la punta centrale. Tutte finezze spallettiane, tutti giochini, per dirla a parole sue. Ma che giochini, però…










