
I giudici non avevano accolto la legittima difesa. “Danielino“ sapeva ciò che stava facendo e per questo avrebbe portato con se un’arma. La droga gli avrebbe fornito quel senso di “onnipotenza correlato all’incapacità razionale di valutare i fatti“. Per i magistrati “l’intensità del dolo dimostrato da De Santis è dunque massima, fino a lambire le soglie della premeditazione“. Secondo i giudici si trattò di un agguato perché gli aggressore, “non potevano trovarsi casualmente in quel posto appartato, conosciuto e familiare solo al De Santis e purtroppo lasciato privo di qualsiasi presidio da parte della polizia, benché fosse noto alla stessa che si trattava della “tana” di un pericoloso e facinoroso ultras“.










