
Il Flaminio però non è solo un campo e quattro tribune. Ha un ventre ricco di palestre per la boxe, sale da scherma, piscina. Per ripristinare l’utilizzo delle aree che contengono questi spazi, renderle agibili e magari farle rendere incrementandole con aree wellness e fitness (che aiuterebbero a coprire i costi gestionali) occorrono altri 11 milioni, oltre agli 8 di partenza. Insomma, con 19 milioni la struttura tornerebbe a poter offrire servizi 7 giorni su 7 .
Ma a uno stadio moderno si chiede di produrre utili, di generare un flusso di cassa. Per questo lo studio di fattibilità prevede anche un terzo standard. Studiato sul progetto realizzato dall’ingegnere Saverio Mandetta, con l’architetto Mauro Schiavone, consulenti tecnici, sportivi e gestionali. Un progetto (depositato alla Siae) che ridisegna l’idea del Flaminio senza alterarne la struttura (su questo, la fondazione Nervi che ha i diritti intellettuali dell’opera è inflessibile). Con 45-50 milioni – sostenuti da un project financing con base di ammortamento a lunghissima scadenza – si può creare uno stadio in grado di generare utili: aree esterne di supporto, già previste dal piano urbanistico di Roma, per attività commerciali. Sviluppati al di sotto di un piano rialzato, da destinare al verde e ai percorsi di accesso allo stadio (adeguati alle norme attuali), in modo da separare i tifosi dagli spazi destinati a uffici e attività culturali. Senza ovviamente tradire la destinazione d’uso, sportivo e culturale, dello stadio: non supermercati, ma musei e sale concerti che possano integrare l’attività dell’Auditorium adiacente. E poi parcheggi sotterranei a vista sulla necropoli romana, affiorata durante i lavori del 2008 e ancora “nascosta”, utili pure come punto di scambio per il centro. Interventi per rendere la struttura ecocompatibile e sostenibile finanziariamente. Più o meno, quello che ha in testa la Figc di Tavecchio.










