
A Sarajevo, con affetto tipicamente slavo, lo avevano soprannominato «Klok», il lampione. Un grande ex calciatore della Roma, nella stagione scorsa, aveva avvertito: ha bisogno di un lavoro speciale. Norman e Lippie, i santoni portati a caro prezzo dal presidente James Pallotta, non ci erano riusciti ma Luciano Spalletti e il suo staff sì. Punto terzo: sia al Wolfsburg che al Manchester City ha usato il primo anno come materia di studio e ha vinto lo scudetto nel secondo. Un diesel. A differenza di Icardi e Higuain, il bosniaco è anche un uomo assist. È sicuramente meno spietato sotto porta, ma gioca molto più per la squadra. I numeri di questo inizio di stagione lo confermano. Secondo i dati ufficiali della Lega calcio, infatti, Dzeko è capocannoniere (10 gol), è il giocatore che ha effettuato più tiri in porta (27), è il quinto nella classifica degli assist (7 palle gol potenziali create, 2 realizzate dai compagni) e si è anche procurato 3 rigori (contro Udinese, Sampdoria e Sassuolo). Prima di Napoli e Sassuolo era andato in gol soltanto all’Olimpico, ma nelle ultime due trasferte ha messo a segno due doppiette. Dzeko ha capito la Roma e la Roma ha capito Dzeko. Spalletti resta parco di complimenti, ma ognuno ha il suo carattere. E Dzeko, negli anni, ha convinto i sarajevesi a cambiargli il soprannome da Klok a Bosanski Dijamant, il diamante bosniaco. E lo ha fatto a suon di gol e assist.










