
La squadra s’incarta su se stessa dall’inizio della stagione. Una recidività scientifica, quella della banda Di Francesco, che genera enorme frustrazione tra i tifosi. Ma soprattutto, o di riflesso, tra i giocatori più rappresentativi, che vorrebbero vincere. Trofei. Obiettivo caro a Dzeko, che con un solo anno ancora di contratto (e al momento sembra difficile prolungare) in una città dove si trova meravigliosamente vorrebbe lasciare il segno. Più in fondo di quanto già non abbia fatto. Una frustrazione che se venisse ribaltata in positivo, non sarebbe neanche un male assoluto. Più sale il livello e più, come nel caso del centravanti bosniaco, cresce il nervosismo.
Un loop, dicevamo, perché dopo il 3-3 dell’Olimpico con l’Atalanta all’andata, la Roma andò a San Siro, sponda Milan, e lì furono plateali i gesti di stizza (si parlò di screzio con Di Francesco, poi smentito) di Dzeko, schierato con Schick dall’inizio, ma vittima di un gioco sterile e macchinoso. E ora, dopo un altro 3-3 con l’Atalanta, con un primo tempo che aveva ridato alla Roma proprio i suoi gol, Dzeko, alla vigilia del Milan di ritorno, ha sbottato di nuovo, a Firenze: era entrato bene in partita, ma si è innervosito sul 4-1, con Cristante, subito dopo il gol favorito da un passaggio sbagliato del centrocampista per arrivare quasi alle mani. Li ha divisi Manolas (con cui Edin si era attaccato in un match tra le rispettive nazionali a giugno 2017). Segnali di nervosismo si erano visti anche a Bergamo, dove il 9 si era più volte sbracciato con Kluivert. (—9
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