
Esiste solo la squadra, per la quale dare l’anima fino all’ultimo secondo di recupero. Guarire dalla “fenomenite” è il primo passo verso la normalità di una squadra di calcio, che sia malata o non guarita (dove sta la differenza?). Pensare alla squadra, tradotto sul campo, significa in primis aiutare il compagno in difficoltà, ma anche non cadere nelle provocazioni dell’avversario. Significa avere la forza di abbassare la testa ed essere pronti a caricarsi i compagni sulle spalle, caricarsi la Roma e portarla in salvo.
Firenze, probabilmente, è stato un punto di non ritorno. Difficile, vista la storia della Roma di quest’anno, pensare a un incidente di percorso. Ci piacerebbe molto poterlo pensare e scrivere. Ma quando si ricade sempre negli stessi errori, onestà vuole che non si possa più parlare di casualità. La Roma, questa Roma, è così. O, almeno, finora è stata così. A voler essere ottimisti si potrebbe parlare di un anno di transizione, di una stagione che, grazie al lancio di tanti giovani, potrebbe essere il trampolino per future soddisfazioni. Certo, potrebbe. Però non si può continuare così. Come se in questa stagione di transizione (andiamo per la versione ottimistica), tutto sia consentito.
Rinunciare non è da Roma (…)
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