
Ma la vittoria è arrivata lo stesso ed è stato un piacere per gli occhi vederlo andare a fine partita in tribuna ad abbracciare la moglie e i due figli, la più grande vestita con la sua maglia, il più piccolo in braccio alla mamma a guardare la festa del papà, roba che ci ha ricordato l’abbraccio di Alessandro Florenzi alla nonna. Proposta: se i risultati sono questi, siamo pronti a garantire abbonamento in tribuna a signora Olsen e figli. Lo svedese non ha nascosto la sua felicità per quegli abbracci: «Ero felice di abbracciarli, per me significa molto ed è sempre bello abbracciarli ogni volta a fine gara, a maggior ragione dopo una vittoria».
Cancellati i dubbi Confessiamo, non ce l’aspettavamo un vichingo su questi livelli. Prima che avesse il problema al polpaccio, aveva messo insieme una serie di prestazioni che avevano fatto storcere la bocca. Quasi che l’aver allontanato, in precedenza, il fantasma di Alisson, lo avesse rilassato, convincendolo di aver risolto qualsiasi problema di eredità. In questo senso c’è quasi da benedire quel fastidio muscolare che lo svedese ha accusato alla vigilia della partita contro il Chievo. Il vichingo è stato costretto a fermarsi, ha visto giocare (bene) due volte il suo vice Mirante, ha capito che nel calcio non ci si deve mai rilassare, perché il passato si dimentica in fretta, quello che conta è la prossima partita da giocare.
E il vichingo lo ha fatto alla grande, la migliore prestazione da quando veste la maglia giallorossa, una rivincita che riconsegna a Di Francesco e alla Roma il suo portiere titolare. E alla fine il sorriso del vichingo è stato di quelli che si fanno ricordare: «Sono felice, contento di aver dato il mio contributo alla Roma. Ma è pure vero che dobbiamo e sappiamo fare di meglio. Sono soddisfatto per le mie parate, alcune non erano facili. Quella contro il Bologna non è stata la Roma migliore. Soprattutto nel primo tempo abbiamo incontrato più di una difficoltà, mentre siamo andati meglio nella seconda parte della gara dopo che nell’intervallo ne avevamo parlato». (…)
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