
Così non è stato, perché non c’è e forse non ci sarà mai alla Roma la possibilità di combinare la preposizione “dopo” al nome “Totti”. Dzeko non ha mai nemmeno sfiorato l’impresa, se non quel giorno che è arrivato a Fiumicino, davanti a una folla ancora disposta a trasfigurarlo. Tra alti molto alti e bassi troppo bassi, il ragazzo di Sarajevo ha fatto fatica a oscurare anche il ricordo di Pruzzo e forse quello di Voeller. Personalità indecifrabile, quando dio biondo e quando malinconica comparsa.
Come in tantissimi ipersensibili, Edin lo è, il sintomo è la balbuzie, nella parola come nella vita, l’intermittenza con cui ti accendi, i salti umorali senza rete, tra il paradiso e l’abisso. Quello recentissimo è forse il miglior Dzeko mai visto a Roma, un superdotato di tecnica e di fisico, logorroico di bocca e di piede, bello e rabbioso, mai così leader, un insieme di John Holmes e Gary Cooper, quello di “Mezzogiorno di fuoco”.
A duellare con lui, ma sarà sera e le luci artificiali, Francesco Acerbi. Un eroe a prescindere da quello che sarà o non sarà il derby. L’uomo che martedì ha cancellato dall’Olimpico Piatek il Terribile. Disinnescato con stile e prepotenza. I tifosi laziali odiavano l’idea di aver perso uno come De Vrij. A distanza di pochi mesi fanno fatica anche a ricordare la faccia dell’olandese. Acerbi ha battuto due volte il tumore. Non ha mollato la prima volta e meno che mai la seconda, recidivo e più che mai aggressivo.
Può aver paura di Dzeko o di chiunque altro? Il male lo ha aggredito ai testicoli e i suoi testicoli, da reali a immaginari, sono diventati giganteschi. Speciali, almeno quanto quelli di Pablo Simeone, senza che lui senta il bisogno di mostrarli a uno stadio intero. Dalla malattia in poi, Acerbi è diventato un corpo mistico e una testa da condottiero, un Highlander che trascina gli altri nell’emozione dell’impossibile dopo aver trascinato se stesso.
La sua impresa è permanente, quotidiana, come il miracolo di essere vivo. Acerbi non dimentica. La memoria è il suo ferro. Lui dice ogni volta grazie a Dio, ma deve dirlo prima di tutto a se stesso. Immobile è quello che è. La rivolta contro il suo cognome, prima di tutto. E anche contro il suo nome, Ciro di Torre Annunziata, che non pare come la premessa e nemmeno la promessa di chissà quale storia. Deambula irrequieto giorno e notte, purché sia un campo calpestabile, con il suo passo a metà tra il bandolero stanco e il predatore della savana.
Immobile è James Cagney, il killer che sente l’odore del sangue. Non ha nulla della statua divina alla Dzeko, ma micidiale e cattivo sempre, come Dzeko non sarà mai. Molti tifosi romanisti non lo confessano nemmeno a se stessi, ma un pensierino all’eventuale baratto lo farebbero eccome. Lo dicono appannato di questi tempi, ma se c’è uno che non è panna, uno di cui aver paura a Trigoria è lui, Ciro di Torre Annunziata, detto anche Fame Atavica.










