
Già l’approccio alla sfida della Roma è stato morbidissimo, con un atteggiamento pigro che è sembrato un invito a nozze per i palleggiatori della Lazio nella trequarti romanista. Proprio quello che bisognava evitare: Inzaghi l’aveva studiata bene, presentando i due tecnicamente più dotati del suo centrocampo (Milinkovic e Luis alberto) come interni della linea a cinque, che finivano a ricevere il pallone sempre alle spalle dei dirimpettai romanisti nel 433 presto abortito da Di Francesco, a frittata già fatta.
Senza costruire chissà quante palle-gol, i laziali hanno presto assunto il dominio del palleggio alto, rinunciando a partire con l’azione dal basso, ma puntando rapidamente alla zona chiave. Senza Manolas, fermato da un virus intestinale nel quale è sparita tutta la Roma, Di Francesco si è affidato a Jesus, sperando di non dover mai fronteggiare gli avversari nel tipo di azione in cui sono più bravi, nelle sovrapposizioni nelle linee interne correndo con i difensori. Ed è stato proprio così invece che al 12′ è maturato il gol, viziato da una gravissima disattenzione iniziale: perché su un fallo laterale a metà campo, Florenzi è rimasto a guardare Lulic che lo batteva e Fazio si è invece abbassato rapidamente su Correa con le difficoltà che il diverso passo potevano creargli. Infatti l’argentino gli ha preso la via interna e si è involato verso la porta, mentre Jesus è andato a chiudere in corsa lanciata su Caicedo, che a sua volta ha prima atteso il tempo giusto e poi è andato per l’appunto a sovrapporsi al compagno sulla corsa, ricevendo il pallone col tempo giusto per correre oltre il difensore brasiliano e saltare in corsa anche Olsen.
Senza reazione (…)
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