
Era in campo Alex Sandro: uno dei grandi affari fatti dal Porto. Come Danilo e James Rodriguez, figuranti del Real ma, prima, stelle del club portoghese rivendute a caro prezzo. L’apripista del metodo Porto fu Radamel Falcao, che passò all’Atletico per 40 milioni e vinse da capocannoniere l’Europa League che aprì l’era Simeone. Non tutti i giocatori sacrificati dalla Roma sono stati altrettanto fortunati: Marquinhos col Psg è l’unico ad aver colto vittorie significative, pur steccando regolarmente il confronto europeo. Alisson prova a emularlo a Liverpool, Rüdiger ed Emerson si sono accontentati dell’Fa Cup col Chelsea, e Romagnoli della Supercoppa italiana al Milan. Nient’altro da segnalare. Vedere i propri campioni vincere con altri è l’inevitabile effetto collaterale della filosofia che accomuna Lupi e Dragoni: comprare e rivendere per finanziare i costi crescenti di cui deve farsi carico un club ambizioso.
Strategia che ha generato numeri mostruosi: negli ultimi dieci anni, hanno prodotto, in due, plusvalenze per un miliardo. Cifra sconvolgente, anche perché vuol dire avere la capacità di garantirsi, in media, 50 milioni di euro ogni anno. Macchine da soldi, con il sorpasso romanista completato quest’anno grazie ai 76 milioni di plusvalenze dalle cessioni di Alisson e Strootman: 516 a 484, il conto totale. Il Porto però ha unito ai benefici economici una fila di trofei, ultimo lo “scudetto” 2018 che ha interrotto il quadriennio del Benfica. Questo il vero, grande rimpianto della Roma americana di Pallotta. Ha saputo trasformare in oro divise da gioco e social network ma schiacciata dalla dittatura juventina aspetta ancora il primo titolo: salutata rovinosamente la Coppa Italia, le resta solo l’illusione della Champions. Un ottimo motivo per non naufragare nel mare portoghese.




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