
Dzeko, dopo un’estate in cui per lui sono arrivate offerte solamente da campionati minori, come quello cinese, ha conquistato gli scettici che in estate ne chiedevano a gran voce la cessione, ma soprattutto ha convinto Luciano Spalletti, che lo ha messo al centro della sua idea di calcio, anche se ha sempre alternato il bastone e la carota. «Non contano solo i gol – ha ripetuto spesso il tecnico -, ma come Edin riempie la partita, come gioca per i compagni». Prima della gara contro il Milan ha aggiunto: «Quando lo scorso anno è venuto a parlarmi, mi ha detto di sentirsi un calciatore differente rispetto al modo di giocare che avevamo. Gli ho risposto che la mia Roma la vedevo con una prima punta fisica, forte come lui». La gara con i rossoneri è stata il paradigma di questo modo di intendere il ruolo: Dzeko non ha segnato – non lo fa da due giornate (più 20 minuti contro l’Astra Giurgiu) – ma ha lavorato per gli altri attaccanti. Un uomo squadra a tutti gli effetti, come piace a Spalletti. Tutto il contrario di Higuain, che è letale in area ma che, per rendere al meglio, ha bisogno di una squadra che giochi per lui. Anche per questo (e per qualche chilo di troppo) all’inizio della sua avventura bianconera ha faticato ad entrare nei meccanismi. Dopo la doppietta nel derby e la rete alla Dinamo Zagabria in Champions League, va decisamente meglio. Due modi diversi di intendere il calcio. Se la spunterà Higuain, la Juventus avrà mezzo scudetto cucito addosso. Se invece prevarrà Dzeko, la Roma comincerà a sognare.










