Essere o non essere, questo è il problema. Shakespeare ci perdonerà, ma bisogna aggiornare il tempo del verbo, perché la soluzione alla genialità del dubbio ce la sta svelando l’orribile Roma di questa stagione da incubo. Ovvero: essere o non essere, questo era il problema. Perché la risposta è che la Roma non è. Non è un club, non è un’azienda, non è una squadra, non è nulla. Azzerata in un organigramma ridotto all’ufficio protocol e poco più. Vilipesa da scelte affidate a un software.
Offesa da un allenatore, Juric, il terzo in dieci mesi. È un disastro più o meno annunciato. Al punto che siamo qui in attesa degli annunci del quarto allenatore di quest’anno, di un amministratore delegato in grado perlomeno di mettersi al timone di una barca che da troppo tempo sta andando alla deriva, di dirigenti che abbiamo confidenza con il gioco del calcio. Il tutto con una proprietà che non si sa dove sia e cosa stia facendo.
A noi qualcuno di cui ci fidiamo, ci ha raccontato che mister Dan e mister Ryan si sarebbero rifugiati in un noto e prestigioso albergo del litorale nord di Roma, arrivati da queste parti già da qualche giorno con l’obiettivo di ridare uno scheletro di società a un club che è stato devastato.
Riservatezza e sicurezza sarebbero alla base della loro scelta che peraltro è in linea con una conduzione societaria che abbiamo imparato essere stata sempre accompagnata dall’assoluto silenzio. In ogni caso, dovunque siano, i Friedkin devono fare in fretta. Non c’è più tempo da perdere.
FONTE: La Repubblica – P. Torri