
Mentre sale la febbre in campo Pallotta, arrivato in città da Londra poche ore prima, misura la sua lontano dall’Olimpico, al caldo della stanza d’hotel: chissà se c’è Sky a trasmettergli la sfida, chissà se avrà trovato un’aspirina stamane per rispondere all’invito della sindaca Raggi. Una buona sceneggiatura vive di emozioni contrastanti, e allora in un minuto il primo tempo chiude le speranze romaniste con il solito gol del difensore Diakhaby, per poi riaccenderle 100 secondi più tardi col pari di Strootman. Quando con il secondo tempo pure la gente in tribuna sembra cedere a un minimo di rassegnazione, il dottor Spalletti capisce che serve defibrillare. I Volt per rianimare almeno la speranza di farcela li chiede a El Shaarawy, uno che quando entra – lo dicono i numeri, mai un gol nelle undici da subentrato – fatica a incidere. E che invece pare salire sulla macchina del tempo e tornare a quando da rossonero stravolgeva le partite. E in un amen la Roma passa dalla rassegnazione al trovarsi a venti centimetri dai quarti. Soprattutto, dà un senso a tutto il tempo che manca: lei e Cornet che decide di regalare all’unica curva vuota il match point francese. Entra pure Totti, perché le leggende per vivere hanno bisogno di eroi. Ma la storia ha in mente un altro finale: Pasqua è salva, senza i quarti la Roma giocherà il sabato santo. Ma le vittorie da inseguire non finiscono. Tra diciotto giorni sarà derby: un’altra coppa, un’altra rimonta da non interrompere.










