«Se sono qui è per giocatori come Ghilardi». Le parole pronunciate da Gasperini nel corso del ritiro estivo in Inghilterra assumono oggi senso compiuto. Eppure appena due mesi fa apparivano poco comprensibili a chi non guarda la luna, ma il dito che la indica. Il 27 novembre, giorno della sua prima da titolare in giallorosso, l’ex veronese aveva accumulato – si fa per dire – 7 minuti complessivi in campo. Sette. In sedici gare ufficiali. E le dichiarazioni del tecnico all’indomani dell’investimento anche cospicuo sul difensore (una decina di milioni più bonus) sembravano prendere sempre più le sembianze beffarde dell’iperbole. Ma nel calcio la verità di oggi può essere smentita domani. Soprattutto se si ha a che fare con chi sa svincolarsi dalla contingenza per proiettarsi verso il futuro.
Pochi ne sono capaci quanto Gasp. Può sembrare paradossale che il decano degli allenatori della Serie A (ieri 68 candeline, auguri) sia fra i più “temerari” nel puntare sui giovani, eppure la sua carriera parla chiaro. Gian Piero non è condizionato dall’anagrafe. Chi lavora bene in allenamento, dimostra serietà e professionalità, viene premiato. A prescindere dall’età. La fiducia data a Ghilardi dopo tanta panchina e ripagata con una serie di prestazioni di livello ne è l’esempio, l’ultimo in ordine di tempo ma non certo l’unico. Il centrale rappresenta una sorta di sineddoche all’indomani della gara sontuosa contro il Milan. Prima di lui sono diversi gli under 23 lanciati o rigenerati dalla cura del tecnico di Grugliasco.
A partire da Wesley e Soulé, 22 anni entrambi, colonne portanti di questa squadra. L’esterno brasiliano cercato e voluto a tutti i costi (anche in senso letterale) in estate dopo i vani inseguimenti già all’epoca della panchina atalantina, è un imprescindibile dell’undici titolare di Gasp. All’inizio a destra, poi sul versante opposto fra mille scetticismi, salvo conquistare tutti con un passo da centometrista e più di uno zampino nei gol romanisti. Mati eletto perno del reparto offensivo, numero di presenze alla mano. Più di Dybala, più di chiunque. E trasformato da funambolo a giocatore concreto, in grado di sopperire con le sue reti alle carenze dei centravanti.
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FONTE: Il Romanista – F. Pastore











