
Ieri 45mila tifosi hanno gremito gli spalti dell’Olimpico per un colpo d’occhio finalmente degno della stracittadina di Roma. Un derby vissuto tra emozione, entusiasmo e incertezza. La speranza di ribaltare il passivo di 2-0 della gara d’andata. Ma anche l’incognita sulle nuove misure di sicurezza dopo la rimozione dei vetri di frazionamento voluta dal ministro Luca Lotti. «Riusciremo a fare il tifo, a vivere la curva come è sempre stato?». Il risultato è stato soddisfacente. Le scale di emergenza sono state lasciate sgombre, nessun battibecco particolare con gli steward. I ragazzi della Sud hanno faticato non poco per riuscire a coordinare il tifo, rispettando il dettame di non arrampicarsi sulle balaustre. È allora eccola la Sud. Sfilare in corteo poco prima delle 19 dal ponte della Musica all’Obelisco: un paio di fumogeni colorano l’imbrunire.
Il coro “Roma/Roma” riecheggia al Foro Italico, come dire «eccoci, siamo tornati». L’ingresso, cancelli aperti dalle 18.30, è filato via senza problemi particolari. Il passo si allunga fino al cancello e poi oltre, fino all’ultimo gradino che conduce agli spalti, e che emoziona sempre: il prato verde. «Finalmente siamo tornati, sono tornato», esclama Ettore in negoziante di 66 anni. «Lo sai da quanto mancavo? – domanda – da quel maledetto 30 maggio 1984». Sarà un caso, ma partono i cori per Di Bartolomei, prima dell’inno. La Nord si colora di bianco e celeste, rispolvera il simbolo degli Irriducibili. Prova a pungere: “Siamo il vostro incubo peggiore”, graffia uno striscione. La Sud irride: “Chi ve se fila”. Poi è tifo incessante. Oltre il risultato. Nonostante la festa biancoceleste.










