Poi in un modo o nell’altro la Roma arriva. Di classe, di fatica, con il velluto e la piccozza, nella Joya e nel dolore, nel piacere e nella sofferenza. Ma la Roma arriva, con il carattere quando non c’è più il disegno, con la prosa quando finisce la poesia. Anche a Torino è andata così, e conta com’è finita: altri due gol (ancora a zero, terzo clean sheet su quatto gare), quattro le vittorie, dodici i punti, per un primato condiviso, guarda un po’, proprio con l’Inter, prossima avversaria della Roma in un anticipo della quinta giornata, sabato all’Olimpico, che si preannuncia davvero gustoso. A risolvere gli impacci ieri contro il tosto Torino di Abate ci hanno pensato il solito Malen (aggiornare il pallottoliere, please: capocannoniere con sei reti, su un totale di 252 minuti giocati, in pratica un gol ogni 42 minuti, equivalgono a più di due a partita, una roba mostruosa) e nel finale Pisilli, che ha simbolicamente sacrificato la sua ultima stilla di energia proprio in quel tiro al 93’ ed è poi crollato a terra in preda ai crampi mentre i suoi compagni di squadra esultavano sopra di lui. Ma si dovrebbe parlare anche di Dybala e di Balerdi, di Mancini e di Cristante, di Hermoso e di de Roon, di chiunque entri a far bene e di chiunque esca senza mettere il muso, anzi poi da fuori si resta in panchina a tifare, spesso in piedi, come su un immaginario muretto degli ultrà, a surrogare anche l’assenza di quelli che da Roma non possono venire a vedersi queste grandi partite, e per fortuna ce n’erano comunque un migliaio ieri sparsi tra tribune e settore ospiti. E si potrebbe parlare anche di chi non ha reso al massimo, come Mora e come Koné, entrati nel secondo tempo, nei momenti caldi della sfida, e non perfettamente calibrati sul compito. Ma hanno attitudini diverse e bisogna avere comprensione e pazienza anche per queste sporcature che non cambiano la sostanza di questo fenomenale avvio di stagione.
Del resto le partite della Roma, almeno quelle giocate fino ad oggi in questo spicchio di fine estate e in attesa dei confronti contro qualche big italiana ed europea (ci siamo, arrivano), sono più o meno sempre le stesse. Si gioca (nella metà campo dell’avversaria) cercando ora due o tre ampiezze ballando sulla linea laterale, ora con le verticalizzazioni verso i trequartisti, e quelle rare volte in cui il pallone lo tengono gli altri si va alla ricerca spasmodica della riconquista, meglio se alta, ma capita spesso anche bassa, nella propria metà campo, quasi sempre sui lanci lunghi dei portieri. Non è riuscito a sottrarsi a questo destino il povero Ignazio Abate, uno che ha tante idee e anche chiarissime. Si è visto che aveva studiato qualche antidoto, ma semplicemente la Roma di questo periodo, contro squadre di tasso tecnico non elevatissimo, è ingiocabile. Abate ci aveva provato studiando diverse uscite basse con il portiere Perri a trattenere la palla per quanto possibile, per poi uscire in verticale con un mediano, con lo scarico esterno al terzo uomo e la riproposizione alta, oppure con il calcio diretto verso i riferimenti più alti, Vlasic e Simeone, chiamati a non dare troppi punti di riferimento, e quindi sempre pronti a scambiarsi di posizione, o a cercare il tempo per la spizzata dietro l’ultimo difensore.
Lo schieramento granata è stato quello annunciato, solo con un puntellatore come Belghali in più rispetto a un’ala più offensiva come Cacciamani (uno che a Gasperini piace parecchio), poi con Comert, Coco e Comuzzo in difesa, con Fortini largo a sinistra, e Gineitis e il dinamico olandese Fitz-Jim a muoversi accanto al regista Mandragora. Gasp ha risposto con una formazione con qualche sorpresa, viste le improvvise defezioni di Ndicka (rimasto proprio in albergo, alle prese con un virus intestinale) e Wesley, bloccato invece da un persistente dolore al quadricipite femorale per un colpo subito ad Istanbul. Così davanti a Svilar si è accomodato in mezzo il dominante Balerdi, con il rigenerato Mancini a destra e Ndicka a sinistra, mentre accanto all’immancabile Cristante (è uscito al 64’, ma ne aveva ancora) Pisilli ha preso il posto di Koné ancora indolenzito, Lulli ha ritrovato il suo posto sulla fascia destra, Molina si è accomodato a sinistra (lui che da quella parte comodo non è, e gli errori in disimpegno commessi stanno lì a testimoniarlo, ma ha sfiorato pure un paio di gol rientrando sul destro), mentre Soulé e Dybala si sono aperti alle spalle di Malen, nello schieramento tipico contro le difese a tre. Anche Mati dimostra di non gradire troppo la posizione di partenza sul centrosinistra perché lo priva della possibilità di mostrare il pezzo forte del suo repertorio, il rientro da destra sul sinistro. E forse non per caso, dopo una ventina di minuti il tecnico ha invertito la posizione dei due argentini, probabilmente anche per non costringere Dybala a rincorrere troppo le sortite di Comuzzo, il braccetto di riferimento da quella parte.
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FONTE: Il Romanista – D. Lo Monaco











