Ci sono tanti modi per parlare di Gian Piero Gasperini, soprattutto di descriverlo. Immagini di dialoghi sul campo a cui aggiungere tanti “bip” ed altre più umane fotografie. Sventolare il suo librone degli esoneri o sfogliare l’album dei giocatori diventati “qualcuno” sotto la sua guida. Forse tutto sta nella genesi del nome: Gian, da Giovanni, che in ebraico significa “Dio è misericordioso”. Domandare a taluni giocatori se la pensano così. E Piero (da Pietro) che significa roccia o pietra. E questo potrebbe confermarlo chiunque ne riconosca l’abilità da tecnico. Quindi, andando a sintetizzare, ne uscirebbe “Dio è misericordioso come una roccia”. Da qui ne sortirebbe qualcosa di spirituale (il suo credo in certi allievi) unito a solidità di carattere che i suoi giocatori ben conoscono.
Poi c’è quel Dio, ma qui non ci si sbaglia: Gasp si sente appena al di sotto quando guida una squadra. E non è un difetto. Ben gestita, questa presunzione, diventa un pregio. Ed oggi alla guida della Roma, Gasp è un allenatore pregiato: in due anni ha litigato con alcuni personaggi (leggi per tutti Claudio Ranieri), è stato ben affiancato dai suoi padroni, gli americani Friedkin, esattamente come lo spalleggiavano i padroni Percassi dell’Atalanta. In due anni ha trovato il modo di farsi comprare diversi giocatori, ha rispolverato il bello del calcio in Dybala, ha costruito una coppia, Dybala–Malen, per palati raffinati, ha trovato roccaforti in Konè e Balerdi che non è un nuovo Baresi, ma ha la stoffa di giocatori di antica razza difensiva.
Che dire di tutto questo al Gasp? Bravo! Sabato, contro l’Inter, cercherà di capire cosa racconterà il campionato della Roma. L’Inter entra nel novero dei suoi brutti ricordi perché fra gli esoneri subiti, Crotone, Genoa, Palermo, è quello che lo ha segnato, e segnalato in negativo, più degli altri. Moratti non lo voleva, lo ha sopportato eppoi se n’è sbarazzato. Ed oggi Gasperini, insieme a Corrado Verdelli (una sola partita), è il tecnico che mai ha vinto un incontro ufficiale con l’Inter.
Ora è difficile giudicare e raccontare Gasperini per quel che ne dicono i giocatori, soprattutto quelli che hanno lasciato Bergamo dove era davvero Dio e Re. O per la bocciatura inflitta da Moratti, che ha pesato sulla carriera. Ed anche per quel che ne pensano i giornalisti con i quali l’atteggiamento non è mai di gran simpatia. Meglio: tenta di fare il simpatico, ma non gli riesce. Molto più veritiero quando dice le cose a denti serrati, al limite dello sgarbato, e ovviamente i giornalisti non apprezzano. Ma non è il solo, dunque meglio glissare. Il bianco saggezza dei capelli non accetta di mistificarsi con il ruvido del carattere. Ecco una serie di aggettivi usati nei suoi confronti: fumantino, intrattabile, burbero, schietto, verace, ruvido.
Si dice che i suoi labiali talvolta siano a rischio squalifica. Ma ha ragione quando se la prende con i furbetti delle simulazioni. «Questo è barare», ha sempre sostenuto. Chapeau! Eppure, se vogliamo riportarci all’immagine più affascinante del signor Gasperini, prima ancora che al tecnico vincitore di panchine d’oro e di una Europa League, il ricordo torna a quel mano nella manina con un bambino accompagnato al centro del campo prima di Genoa-Roma dello scorso marzo. Il bambinello, di nome Alexander, era stato lasciato solo, mentre gli altri andavano, dimenticato da qualche mano distratta. Gasp lo ha visto, gli ha dato la mano e i due sono arrivati al centro del campo. «Un gesto di rara sensibilità», ha scritto il suo papà ringraziando il tecnico.
Bene! Allora come si sposa questo signore così sensibile, nonostante la partita incombesse, con quello descritto da diversi giocatori? La pennellata più veritiera potrebbe essere quella di Timothy Castagne, che lasciò l’Atalanta nel 2020. «Con lui è impossibile avere un dialogo. Si arrabbia facilmente in partita, ha molti problemi a controllarsi». Non è l’unico, ma i giocatori gli puntano sempre addosso il dito proprio per questi suoi limiti. Direte: guardate come gioca la squadra e capirete. In sintesi: grande aggressività in fase di non possesso, marcatura ad uomo, predilezione per esterni e trequartisti, gran attaccare sulle fasce.
Va detto che tanti giocatori dovrebbero ringraziare Gasp per averne elevato il valore di mercato, salvo capitombolare quando non sono più stati sotto la sua guida severa, aggressiva, ma capace di valorizzarne i pregi e nasconderne i difetti. Eppure stavolta, a Roma, sarà Gasperini a dover nascondere i difetti e valorizzare i pregi suoi. Roma e la Roma aspettano di sentirsi non più caput mundi, ma almeno vera capitale d’Italia anche nel calcio. Se ci riuscisse, scopriremmo che l’italiano verace e vincente non è più quello amabile e furbo, ma un rissoso braccio di ferro chiamato Gasperini. Non più “Avanti Savoia!”, ma “Daje! Con Gasp».











