Se n’era andato senza poter salutare il suo pubblico, il popolo giallorosso con cui aveva vinto, sofferto e scritto pagine di storia. Ora, a distanza di quasi tre anni, il destino gli restituisce l’occasione di incrociare di nuovo quegli occhi, di ritrovare quello stadio e quella gente. «José, tra ferite e vittorie ci hai insegnato una via: onorare Roma sino all’ultima via». A dare il benvenuto allo Special One José Mourinho è uno striscione affisso sul Ponte degli Annibaldi, davanti al Colosseo. Ma è sugli spalti che va in scena l’amarcord, tra magliette tributo e striscioni. «Chi ha vinto con la Roma non può essere dimenticato», grida lo speaker dell’Olimpico, che accoglie il nome dell’attuale allenatore del Real Madrid con un lungo applauso. «Per il mondo Special e per Roma immortale, ave Mou», recita invece lo striscione in Tribuna Tevere prima della partita. Poi arriva il turno della Curva Sud. Tre gigantografie con le pose più iconiche in maglia giallorossa e la citazione dannunziana: «Chi porta gloria a Roma, Roma lo onorerà per sempre. Ora le tue mani consacrano le spolia opima. E il popolo ti tributa la gloria eterna».
Tanti gli applausi, zero fischi. Anche dopo il triplice fischio, anche dopo il 3-4 firmato da Rudiger, altro ex romanista, per la sconfitta giallorossa. Perché il ritorno dello Special One, esonerato il 16 gennaio 2024, ha il sapore di un appuntamento rimasto in sospeso, di un addio mai consumato. «Dovrò dimenticarmi dove sono e contro chi gioco», aveva detto il tecnico portoghese alla vigilia della partita. Parole che raccontano meglio di qualsiasi altra cosa il peso di una sfida che va oltre il campo. Perché Mourinho, a Roma, non è stato soltanto un allenatore. È stato un uomo capace di dividere, di accendere polemiche, di far discutere. Ma anche di entrare nel cuore di una tifoseria e di regalarle emozioni che resteranno, comunque, impossibili da cancellare.
Negli occhi di tanti romanisti, anche di quelli che non lo hanno mai amato fino in fondo, restano le notti in cui tutto sembrava possibile. Su tutte, quella di Tirana, quella della vittoria della Conference League. «Questa sera c’era da scrivere la storia e l’abbiamo fatto», disse Mou, con gli occhi lucidi, subito dopo la vittoria. Poi è arrivata Budapest. Un’altra finale europea, un’altra cavalcata, un sogno che sembrava a portata di mano: il vantaggio di Paulo Dybala, il pareggio del Siviglia, il rigore negato dall’arbitro Anthony Taylor e infine la lotteria dal dischetto, fatale ai giallorossi. «Avrei dovuto lasciare la Roma dopo Budapest», ha più volte riconosciuto il portoghese, che quella sera arrivò persino a insultare la terna arbitrale nel parcheggio. Invece rimase, per poi essere esonerato la stagione successiva. Ma di quella notte Mourinho non ha mai nascosto la cicatrice, una ferita condivisa con tutti i tifosi della Roma, che non lo hanno dimenticato: «A Budapest ci hai difeso fino all’inferno – uno dei tanti tributi sugli spalti – bentornato José, romanista in eterno».
FONTE: La Repubblica











