
RIVOLUZIONI – Quella «mancanza di regole» che Zeman denunciò quando era a Trigoria e ha ricordato anche in questi giorni fa il paio con quello che l’allenatore del Pescara ha aggiunto sul progetto romanista: vendere per necessità e non per scelta, cambiare per motivi economici e non generazionali. I numeri, almeno sotto questo punto di vista, non lo smentiscono: della rosa che si trovò ad allenare nel 2012-13 sono rimasti in 3 (più Balzaretti come dirigente e Castan, che è ancora di proprietà del club giallorosso), guarda caso gli unici romani. E con Florenzi e Totti infortunati, oggi ritroverà il solo De Rossi. E non saranno baci e abbracci, visto il rapporto inesistente che c’è stato tra i due.
FALLIMENTO – A De Rossi non faceva impazzire Zeman, a Zeman non piaceva il modo di giocare di Daniele, tanto che gli voleva preferire Verratti, ma una volta perso il suo pupillo puntò su Tachtsidis. E i fatti, cioè il rendimento del ragazzo e della Roma tutta, non gli diedero ragione. D’altronde, non l’hanno data neppure alle scelte fatte dal club sul mercato dal 2011 ad oggi, visto che con la cessione di Pjanic alla Juve non è rimasto nessun reduce della prima campagna acquisti americana e, tolti sempre i tre romani e chiaramente il superstite Lobont, il senatore del gruppo è Kevin Strootman, arrivato nell’estate del 2013, seguito da Nainggolan, che lo ha raggiunto a Trigoria sei mesi più tardi. La rivoluzione romanista ha portato negli anni soldi e crescita del fatturato, risultati no, visto che nelle coppe l’unica finale è arrivata proprio 4 anni fa grazie a Zeman, e in campionato la storia è nota.
QUALE FUTURO? – Non è noto, invece, come finirà questa stagione: Spalletti vuole chiudere in Champions League, poi si faranno i conti. In tutti i sensi, con i reduci storici che saranno sempre meno: Totti con ogni probabilità chiuderà la carriera, Florenzi tornerà, resta da vedere cosa succederà con De Rossi. Sulla carta il rinnovo è sempre stato una formalità, ma la firma ancora non è arrivata.










