
L’ANTI ZEMAN – «Ho molta più cura della fase difensiva. Gioca più basso? No, leggo la palla. Quando questa si scopre i difensori scappano verso la porta; quando è coperta o viene scaricata dietro noi, o risaliamo o stiamo fermi. Non ci abbassiamo. Voglio che la mia squadra sia un blocco unico». Parlò anche dell’eventuale salto da una piccola come il Sassuolo a una big, anche se la Roma, all’epoca, era ancora lontana: era appena arrivato Spalletti, che Di Francesco stima molto «per la personalità». Allenare i giovani, insomma, è un conto, confrontarsi con i big è diverso. «Non può essere la stessa cosa, ma i concetti di gioco e l’idea di lavorare sulla palla viene trasmessa a qualsiasi livello, in qualsiasi squadra. Lo dimostra Sarri col Napoli: un allenatore quando dà ai propri giocatori competenze e conoscenze, loro sono i primi a riconoscerle e a seguirle. Se hai idee, le puoi portare al Real Madrid e al Sassuolo, o al Carpi. L’importante è avercele». Lui ce le ha e ora avrà/avrebbe l’opportunità di trasmetterle a Trigoria, “ambiente” che conosce e conta di non subire. «A Roma mi sono trovato benissimo. Lì ci sono pressioni, ma servono per non abbassare le motivazioni, per mantenere alta l’attenzione. Magari in altri ambienti più tranquilli, anche inconsciamente, tendi ad abbassarla». Quindi che tipo di allenatore serve a Roma per vincere? «Serve un’unità di intenti e una progettazione. Una società. Si deve credere in un allenatore, oltre le difficoltà, perché è lì che si vedono i gruppi, le persone e gli uomini». E Totti? Rispose anche su questo. Con il sorriso. «Se smette, gli proporrei di venire a farmi da collaboratore». Ha smesso.










