
LA STRATEGIA – Gli uffici della Regione, titolare della conferenza dei servizi, hanno valutato i documenti inviati dalle autorità competenti sui cambiamenti al progetto avanzati dai proponenti per superare i vecchi pareri negativi e per adeguare la proposta alle modifiche sul pubblico interesse contenute nella delibera approvata a giugno dal Campidoglio grillino. Il parere che ne è scaturito sottolinea che «rimangono criticità, osservazioni, prescrizioni su aspetti importanti che richiedono approfondimenti progettuali come ad esempio richiesto dal Mibact», spiegano dalla Regione. La «nuova conferenza» dei servizi dovrà esprimersi in via definitiva sull’intero progetto, integrato dalle modifiche già recepite ed adeguato in base alle osservazioni delle varie amministrazioni. La nota della Regione mette in fila tutti i problemi, per la verità non inediti, già usciti in queste settimane. Tra le amministrazioni che «segnalano con forza la necessità di rivedere, migliorare, ripristinare opere» la Regione cita «Roma Capitale Dipartimento Mobilità e Trasporti, Città Metropolitana Dipartimento Viabilità ed Infrastrutture Viarie, Regione Lazio Direzione Trasporti e Mit». Non solo, sempre leggendo in controluce la nota arrivata da via Cristoforo Colombo si capiscono meglio le tante ambiguità dell’operazione calcistico-immobiliare di Tor di Valle, anche dopo il dimagrimento del primo «ecomostro».
LA DELIBERA – L’accordo raggiunto tra la giunta Raggi e i costruttori prevede infatti un minore impatto urbanistico visto che si passa «da 345.000 metri quadrati a 212.000 metri quadrati» ma allo stesso sono tempo sono precipitati gli investimenti per le opere pubbliche a carico dei proponenti: ovvero da 196 milioni a 86. In questa sforbiciata sono saltati i ponti. Quello sul Tevere, detto di Traiano, e quello dei Congressi. Due infrastrutture ritenute «indispensabili» dal ministero dei Trasporti che in assenza delle quali ha espresso «parere negativo» sull’opera mettendo in discussione anche l’intera pubblica utilità. E quindi la delibera approvata dalla giunta Raggi al posto di quella voluta dall’ex sindaco Ignazio Marino. La partita è ancora aperta. La Regione di fatto prende tempo e la decisione arriverà a gennaio. Praticamente nel bel mezzo della campagna elettorale per le politiche ma soprattutto per l’ente di via Cristoforo Colombo. Un aspetto non secondario che i partiti, Pd e M5S, tengono bene a mente.
LO SCONTRO – La Regione, guidata dal dem Nicola Zingaretti a caccia della riconferma, dice che sta lavorando «con imparzialità e nel rispetto delle prerogative di ogni soggetto coinvolto, per garantire tempi certi e trasparenza, con l’obiettivo di dotare Roma di una nuova moderna infrastruttura» e «contestualmente, di nuove opere e servizi indispensabili per rendere sostenibile il progetto e necessari per migliorare la qualità della vita delle persone». Il M5S, dopo aver detto no alle olimpiadi sa che non può perdere questo treno e anche se il progetto è pieno di falle, butta la palla in tribuna. Attaccando il Pd. Il capogruppo M5S Paolo Ferrara, dopo aver chiesto alla Roma di non far entrare nel nuovo stadio i tesserati del Pd, definisce i dem «in stato confusionale», e si riferisce al cortocircuito vissuto in queste a Palazzo Chigi, con le uscite (forzate) del ministro dello Sport Luca Lotti e di quello dei Trasporti Graziano Delrio. Dalla Regione, il capogruppo Pd Massimiliano Valleriani attacca sul «progetto bluff del M5S», perché così, «lo stadio della Roma diventa una cattedrale nel deserto». Lo scontro continua. Ed è solo rinviato a settembre.










