
A infuocare ulteriormente il pubblico ci pensa lo speaker dello stadio, una sorta di vocalist da locale notturno che urla per circa quaranta minuti, spingendo i presenti a ripetuti boati. Con la differenza che in questa occasione il locale conta settantamila persone infervorate. La partita è per loro un evento epocale. Tanto da scomodare la presenza in tribuna autorità del presidente della repubblica Aliyev, con tutto il corollario di controlli serratissimi che la sua partecipazione comporta: strade chiuse, uomini dei corpi speciali dell’esercito ad affiancare la polizia, metal detector alla stregua di quelli in uso ai varchi aeroportuali. L’ambiente è caldissimo,la pioggia battente, ma anche nella notte azera sale alto uno, due, tre “Forza Roma alè” a stupire i presenti. Dai duecento imbacuccati di Baku. Soltanto l’inno della Champions distoglie l’attenzione da loro, poi è l’inno della Sud a riempire l’aria. E le bandiere giallorosse che sventolano in un inferno un po’ artefatto per la verità, restano l’unica macchia di colore.










