
Non è un caso che Pallotta, come raccontato dal dg Baldissoni, martedì abbia chiesto dall’America: «I tifosi finalmente sono contenti?». Adesso sì, pur dovendo coronare il tutto con un trofeo che manca da quasi un decennio. Il presidente non ha mai perso l’ottimismo e continua a fidarsi totalmente dei dirigenti che ha messo ai posti giusti a Trigoria. Quest’anno non verrà in Italia per la festa di Natale come era solito fare, ma la sua assenza non è mai stata percepita come un reale problema a Trigoria. Semmai, a voler usare la battuta di un ex dirigente, «il vero guaio è quando Pallotta è qui». Veleni del passato a parte, adesso si respira un’armonia totale, figlia ovviamente dei risultati. Gran parte del merito va a due uomini che si sono inseriti in fretta nei meccanismi giallorossi: da una parte il diesse Monchi, dall’altra Di Francesco che è il personaggio in copertina di questi giorni. Due «normali» che hanno riportato serenità e fatto tornare l’attenzione sul campo, il calcio. Il tecnico è l’emblema della nuova Roma. La concretezza sembra la sua dote migliore, ma la squadra l’ha conquistata col lavoro di tutti i giorni. Superate le difficoltà iniziali e qualche naturale perplessità scaturita dall’addio di Spalletti, i giocatori ora sono tutti convinti che il sistema di gioco portato da Di Francesco sia quello giusto per vincere. Il pressing collettivo è la nuova arma micidiale dei giallorossi, che seguono uno spartito a prescindere dall’avversario: l’identità definita è segno di grande squadra. Eusebio fa ruotare tutti, ma non è un tipo tenero. Anzi: quando c’è da dire qualcosa ai calciatori, non usa giri di parole. Ne sanno qualcosa Dzeko e De Rossi, solo per citare due esempi. Il rapporti tra allenatore e dirigenti, poi, si è cementato in fretta.
Monchi ha il merito di aver scelto un tecnico che non poteva conoscere in profondità, Di Francesco è stato bravo a confermare da subito le buone impressioni del direttore sportivo. Una qualità particolarmente apprezzata? A differenza di Garcia e Spalletti, non ha il minimo desiderio di protagonismo e non ha imposto scelte particolari in settori che in teoria non gli competerebbero. Esempio: a inizio anno aveva ripristinato il ritiro pre-gara in albergo, ma quando gli è stato fatto notare che non porta chissà quali benefici, ha accettato di buon grado di tornare a vivere le ultime ore prima delle partite casalinghe a Trigoria. Dettagli che spiegano la «normalità» dell’abruzzese, molto più concentrato su quello che c’è da fare piuttosto che su quanto vada detto nelle interviste. Un risultato l’ha già ottenuto e non glielo toglierà nessuno: la Roma ha giocato il miglior girone di Champions League della sua storia. Ma il bello deve ancora venire.










