
E pure la squadra di Di Francesco (che ieri ha perso Perotti) alterna da anni illusioni e delusioni. «Luciano ai nerazzurri ha dato l’organizzazione che mancava», racconta Amantino Mancini, ala brasiliana che brillò a Roma, meno a Milano. «Ed Eusebio è un ragazzo eccezionale, l’ho conosciuto a Roma da team manager. La squadra forse un anno fa era più completa, lui sta facendo bene». Dalle rassicuranti mani dei mecenati locali, la famiglia Sensi e i Moratti, entrambe le società sono finite sotto il controllo di proprietà straniere. Alternando al vertice personaggi folkloristici come DiBenedetto e Thohir, dozzine di dirigenti e proprietari come Pallotta e Zhang, multimilionari ancora alla ricerca della felicità. Anche a caro prezzo.
Dal giorno di quell’ultima coppa del 2011, hanno speso insieme qualcosa come 1 miliardo e cento milioni di euro sul mercato: soltanto la Juventus ne ha investiti di più. Hanno cambiato panchine freneticamente, 8 allenatori la Roma, uno in più i nerazzurri, e 9 calciatori sono stati traslati da una parte all’altra. Ma niente di tutto ciò è bastato a prendersi lo straccio di un trofeo. Nemmeno la bulimia juventina è un alibi, se una coppetta almeno è capitato a tutte le altre big di concedersela: il Napoli, il Milan, la Lazio, che s’è tolta la soddisfazione di soffiarla proprio alla Roma in finale, quella che ha trasformato la data del 26 maggio in un sinonimo romano di Caporetto. «Ma una volta ci incontravamo per ogni trofeo, sempre Inter e Roma», ricorda Crespo, uno dei protagonisti di quelle sfide. Nove finali tra il 2005 e il 2010, 5 di Coppa Italia e 4 di Supercoppa, con un parziale di 6-3 per l’Inter a cui aggiungere i tre campionati vinti dai nerazzurri davanti alla Roma: «Sì, vincevamo noi, ma entrambe ci siamo tolte la soddisfazione di alzare trofei importanti. E quante ce ne siamo date in campo. Avrei potuto persino giocare quegli incontri a maglie invertite: quando mi chiamò l’Inter, Spalletti stava cercando di portarmi a Roma».
Oggi Spalletti, insieme all’ex ds romanista Sabatini, è dall’altra parte, portabandiera del nuovo corso cinese con l’obiettivo di ritrovare la chiave della bacheca interista. Ci aveva riprovato pure a Roma, dove ha risollevato una squadra morta sbattendo sulle liti con Totti, chiuse dall’addio al calcio del capitano. Contagiato forse pure lui dall’incompiutezza romanista: da quando ha smesso, Totti ha provato a fare il corso allenatori salvo lasciarlo dopo poche lezioni, ha disertato una trasferta per soffiare su 41 candeline e in ultimo rinunciato a seguire i dirigenti nel summit di gennaio a Londra con Pallotta – gli è stato comunicato solo pochi giorni prima della partenza, a differenza degli altri manager, e lui ha provato inutilmente a spostare i voli – andando in vacanza con la famiglia. Come i calciatori: e proprio in quel bilico tra il passato in campo e il futuro dietro la scrivania sembra intrappolato oggi il “dirigente” Francesco. Come la sua Roma, come il “nemico” Spalletti, alla ricerca della strada per la felicità.










