
Una piccola grande impresa se consideriamo che un risultato di questa portata nella Capitale mancava da 10 anni: da quando la squadra di Spalletti eliminò il Real Madrid di Raùl. Praticamente una vita fa. Da quel giorno ne è passata di acqua sotto i ponti, di allenatori, di giocatori e anche di prime donne. Ma mai nessuno era riuscito a mettersi la Roma sulle spalle e trascinarla fuori dal proprio orticello. Ce l’ha fatta ieri Edin Dzeko, il gigante buono che ha imparato ad essere cattivo, l’uomo silenzioso che ha cominciato a far rumore, il ragazzone timido che è diventato trascinatore. E se la Roma è tra le prime 8 squadre d’Europa lo deve soprattutto al suo numero 9, che ieri ha realizzato il 17° gol stagionale, il quarto in Champions League, dove ha messo a segno solo reti pesantissime, come la doppietta allo Stamford Bridge e il gol al Qarabag.
E anche se Dzeko alla fine sottolinea che la “standing ovation deve essere per tutta la squadra perché abbiamo meritato il passaggio del turno” è innegabile come la gioia per lui sia doppia: perché in carriera non aveva mai superato gli ottavi e perché non gli era mai capitato di segnare in una fase finale di Champions League. Non solo, con quello di ieri ha messo a segno il 14° gol nelle competizioni europee scavalcando Delvecchio nella classifica dei marcatori giallorossi e piazzandosi sul podio alle spalle di Manfredini e Totti (18 e 38 gol). E poco importa se a gennaio il Chelsea sembrava ad un passo: “Non volevo andare via – ha ammesso il bosniaco – Sono voluto rimanere per giocare partite come questa. Abbiamo fatto una cosa che non succedeva da 10 anni, è un grande orgoglio“. Venerdì il sorteggio dei quarti, tra le più abbordabili il Siviglia di Montella, ma Dzeko preferisce non sbilanciarsi: “Ogni avversario che incontreremo sarà forte ma se siamo tra le migliori 8 vuol dire che siamo forti anche noi“. Vai a dargli torto…










