
PENSIERO POSITIVO – Il calcio italiano, dunque, non è solo (s)Ventura. Fuori dal mondiale, ma al top in Europa con 3 allenatori nei quarti di Champions: Allegri, Montella e Di Francesco. La novità del torneo è proprio Eusebio. Che, al momento di prendersi il palcoscenico, si è presentato in pubblico come fa in privato. Si è stretto forte al suo gruppo, anche se lo avrebbe giustamente voluto più completo. Non ha, insomma, mai pianto per quello che gli è mancato, lasciando le lamentele ad altri colleghi magari più celebrati. Domenica sera, dopo Inter-Napoli, l’ultimo sfogo di Sarri: «Non siamo né la squadra più ricca né la più forte d’Italia: non abbiamo l’obbligo di vincere». L’ex tecnico giallorosso Spalletti, al termine della stessa partita, ha addirittura scaricato i suoi calciatori in diretta tv: «Non abbiamo mai giocato un grandissimo calcio, perché secondo me non abbiamo tutta quella qualità che si dice». Di Francesco non è così. Ha sempre cercato di migliorare ogni interprete, con una seduta video in più o un’esercitazione supplementare. O intervenendo, come all’inizio del nuovo anno, sulla preparazione atletica. «E prendendomi magari un rischio…». E ha chiarito quali difetti, lui per primo, avrebbe dovuto correggere.
BLOCCO UNICO – Mai diplomatico, sempre leale. Nello spogliatoio e fuori. L’impronta di Di Francesco è evidente. Con la priorità al collettivo. I giallorossi, quando fanno risultato, si comportano da squadra. Più del sistema di gioco, incidono la collaborazione tra giocatori e tra reparti. Il coro e non l’individualità. La sua Roma deve essere propositiva e al tempo stesso ordinata e solida. Ne ha parlato con i giocatori dopo i 2 ko di fila con lo Shakhtar e il Milan. Ai big, e non solo a loro, ha imputato l’atteggiamento timido e rinunciatario nella ripresa di Kharkiv. «Avrei dovuto cambiarne tanti, anche i più esperti» spiegò a caldo in Ucraina. Ma non li ha mai scaricati. E, dopo la sconfitta contro i rossoneri all’Olimpico, con loro ha rilanciato la Roma: 3 successi di fila, dall’exploit contro il Napoli a quello di martedì, in mezzo il 3 a 0 contro il Torino. Dzeko, De Rossi, Strootman, Nainggolan e Kolarov: ha puntato sui senatori per la svolta. Ma si è rivolto a tutti per tenersi stretta la Champions: «Siamo sulla stessa barca, l’occasione è unica». E, mettendo da parte il turnover, ha scelto la sua formazione base. E il 4-1-4-1 dinamico che gli permette di passare al 4-3-3 o al 4-2-3-1 per avere, nelle due fasi, l’equilibrio, la compattezza e l’efficacia. Cercando, nelle sostituzioni, l’interprete giusto per non stravolgere la traccia: Gerson per Under ed El Shaarawy per Dzeko, con Perotti nel finale a fare il centravanti, rimandando ancora il debutto di Schick nella competizione. Martedì ha cenato con familiari e amici in un ristorante al quartiere Flaminio e ha incrociato e scherzato con Chivu. Semplice pure nella thanksgiving night. Grazie a lui, dopo 10 anni, ecco di nuovo i quarti, traguardo inedito per la proprietà Usa che ora avrà meno pressione dal Financial Fair Play con i 60 milioni di introiti Uefa. «Staccate la spina» ha invece detto ai giocatori. Giorno libero e appuntamento stamattina. Normale concessione che però non è una novità.










