
La musica era una promessa ad ogni nota e ad ogni nota una sensazione nuova. Chi portava la radio allo stadio, perché si poteva, accendeva e sulla cassetta del piccolo portatile scorrevano Venditti, certo, ma anche Style Council, Wham! e l’ultima arrivata, la mitica Sade. Lo stadio era pieno di ragazzi, anzi fu quello il momento in cui ai cappelli degli adulti che popolavano gli stadi italiani degli anni ’50 si sovrappose un’altra generazione con la sua estetica dirompente, appena uscita dagli anni di piombo vissuti a scuola fra Moro, Marx, scioperi, picchetti fascisti, Kant, Montale e Pasolini. Per strada qualcuno voleva fare “il culo” ai bancarellari che avevano già messo in vendita la bandiera giallorossa con la coppa stampata. Altri convinti che il destino fosse già scritto (e stampato) l’acquistavano senza fare troppi scongiuri. Si parcheggiava al Villaggio Olimpico perché dopo lo scudetto portava bene attraversare Ponte Milvio a piedi. Quella finale nacque fra gli increduli e morì fra gli increduli. Erano le stesse persone, stordite prima e dopo ma per motivi antitetici, e alla fine piegate da un malessere che con la morte di Ago sarebbe diventato “dolore perfetto” dieci anni dopo. Noi entrammo allo stadio alle 13. Per due ore, a giochi fatti, vi rimanemmo dentro, prigionieri del sogno e di noi stessi. Guardavamo un punto luminoso della volta celeste che non era una stella. O forse sì. Ma era esplosa.










