
LA PAROLA AI TIFOSI – Liberati dalla barriere, insomma, ma anche dalla violenza. Così da far tornare lo stadio un posto dove una famiglia può pensare di passare qualche ora divertente, senza ansia e preoccupazioni che possa succedere qualche incidente. L’Italia è diventata calcisticamente un Paese di spettatori televisivi. Il pubblico dello stadio è stato trascurato per molto tempo. In qualche caso è stato perfino vissuto con fastidio, come se i soldi dei diritti tv bastassero e avanzassero. Invece non è così. La Liga, piuttosto che la Premier, incassano molto più della nostra Lega Calcio anche perché lo spettacolo dei loro stadi pieni, perfino per partite di scarso valore tecnico, migliora l’appeal all’estero. «La cosa più complicata è investire sul futuro – continua Minniti – Era più semplice lasciare le cose come erano. Ci aspettiamo che non ci sia alcun problema. Sarebbe singolare il contrario, sinceramente autodistruttivo. Il sistema al momento mi pare abbia funzionato. I dati sono confortanti, nonostante un calendario particolarmente fitto». Questo significa che le misure di contrasto alla violenza negli stadi sono sufficienti e non ci sono novità all’orizzonte. «Noi abbiamo l’Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive che svolge il ruolo di player in un rapporto al momento abbastanza costruttivo con le singole società, con la Federazioni e le Leghe: negli anni ha acquisito una autorevolezza che oggi gli consente di essere vissuto da tutti gli attori come la… Cassazione in tema di stadi. Quest’anno, lo ripeto, ci siamo dovuti confrontare con un calendario particolarmente fitto di partite anche importanti, tra il sabato la domenica, il martedì, il mercoledì e il giovedì. Ma non abbiamo avuto moltissime problematiche. Poi io sono anche uno molto scaramantico quindi non dirò mai che le cose vanno bene. Ma dico che ora non c’è urgenza di rivedere il meccanismo. Certo, la legge sulla sicurezza negli stadi aveva come momento finale gli impianti di proprietà dei club».
LA QUESTIONE IMPIANTI – Un nodo cruciale, rispetto al quale in Italia c’è discreto fermento, ma un patente ritardo rispetto a quel che è successo negli altri Paesi d’Europa, che nel frattempo ci hanno scavalcato in quello che è stato un autentico sovvertimento del ranking rispetto al quale l’Italia, tra gli Anni Novanta e l’inizio del terzo millennio, ha dominato nelle grandi competizioni internazionali. «Il progetto sicurezza con la polizia fuori dagli stadi – continua a spiegare il Ministro – gli steward e la sicurezza in capo ai club, erano step di un percorso che aveva quell’obiettivo: lo stadio vissuto 24 ore al giorno, sette giorni la settimana. Uno stadio più vissuto è uno stadio più sicuro. Come la piazza: più è vissuta, più è sicura. Nello stadio di proprietà hai tutte quelle opportunità, quelle offerte di intrattenimento, che puntano alla fidelizzazione del supporter, compresa la sua famiglia». Un meccanismo chiarissimo che ha come obiettivo l’espansione potenziale dell’utenza e che finisce per riverberarsi anche sulle prestazioni sportive dei club. Il ministro Minniti lo sottolinea da appassionato di calcio, ma centra il cuore del problema. «La cosa positiva è che sono sempre di più le società che hanno l’obiettivo dello stadio di proprietà e questo è confortante. Rappresenta il futuro. Basta vedere quello che succede nel resto d’Europa. Sono convinto che nel rilancio degli altri campionati – perché io da signore… anziano ho assistito al ribaltamento delle gerarchie del calcio europeo – gli stadi di proprietà hanno un ruolo ben preciso e danno ai club una forza economica che diventa anche maggiore capacità sportiva. E’ una chiave di volta. Il sogno è lo stadio che torna a riempirsi con le famiglie. Uno spettacolo da vedere in tranquillità».
CURVE TRASPARENTI – Una delle conseguenze positive di questa modernizzazione del calcio italiano è appunto la trasformazione delle curve in luoghi appassionati e pacifici, spettacolari ma sicuri, senza più politicizzazione, senza più organizzazioni estremiste. «Noi monitoriamo attentamente – dice sulla questione Minniti – Come tutti i luoghi di aggregazione anche lo stadio può produrre elementi positivi e patologie. Noi facciamo attività preventiva e investigativa – sottolinea – Per esempio di recente un’indagine a Bergamo ha scoperchiato il traffico dello spaccio e dell’uso di supefacenti negli stadi. La curva aperta allude alla curva trasparente. Dobbiamo rendere più trasparenti le frange del tifo organizzato. Questo è il cuore del problema. Trasparenza nei finanziamenti, nella gestione, nel rapporto con il territorio, nel rapporto con i club, che è ovviamente fondamentale. Un club che non accetta compromessi è un club più forte, non più debole. Passi avanti sono stati fatti. In parte per consapevolezza, in parte perché costretti dai fatti. Mi riferisco a importanti inchieste giudiziarie. Nella prevenzione i club possono fare moltissimo. Non devono cedere sovranità, questo deve essere molto chiaro. Le scorciatoie sono pericolose. Uno si illude di tenere sotto controllo i fenomeni, ma sono i fenomeni a controllare te. Mi vengono in soccorso i miei studi in Filosofia: Kant la chiamava l’eterogenesi dei fini. Uno fa una cosa per ottenere un risultato e ottiene esattamente il contrario». E’ la linea di governo che il ministro ha messo in atto fin dall’inizio. Concretizzata, per esempio, nelle nuove recenti misure sulla sicurezza urbana e confermata dalla scelta compiuta la scorsa settimana, con il piano per il 60° anniversario della firma dei Trattati europei a Roma. «Io ho un punto fermo e penso di averlo dimostrato – dice Minniti – Nella democrazia ciascuno può esprimere liberamente la propria opinione politica, come pure il proprio tifo. Il limite sta nella violenza. Perché la violenza è la sopraffazione sull’altro. E in democrazia non può avere spazio. Quando avviene, deve intervenire lo Stato. Questo è il principio. Lo abbiamo applicato nelle manifestazioni politiche. Lo applicheremo nel calcio. Capisco che in curva si possa tifare in maniera più appassionata, più partecipata, rispetto per esempio a quanto possa avvenire in tribuna. Ma anche la passione ha un limite: la sicurezza dell’altro. Io ho autorizzato le manifestazioni a Roma la scorsa settimana, anche quelle molto critiche nei confronti dell’Europa. Anziché proibire ho raccolto la sfida: ho concesso e nello stesso tempo controllato. C’è una linea che demarca la democrazia. Cosa c’entra uno stadio con la democrazia? C’entra moltissimo».
LIBERTA’ NELLA LEGALITA’ – Minniti questa direttrice chiara e coerente è determinato ad applicarla anche al calcio. Soprattutto laddove la situazione è più difficile, come nei campionati cosiddetti minori. Dove gli episodi di violenza, anche gravi, non sono mancati recentemente. Tra pochi giorni inconterà Tavecchio per affrontare il problema. «Il presidente della Federcalcio ha chiesto di vedermi. Lo faremo dopo l’esecutivo Uefa. Verrà qui con tutte le componenti del calcio. A Lucca, Matera, Melfi, Barletta e Taranto, tanto per citare alcune criticità, si sono verificati campanelli d’allarme che non possono essere sottovalutati». Minniti ministro dell’Interno dal varo del governo Gentiloni (12 dicembre 2016) è un appassionato di sport, tifoso della Reggina con anche un passato da calciatore. Nel ‘99, come lui stesso racconta, arrivò in Libia per parlare con Gheddafi, primo politico occidentale a farlo. Era sottosegretario a Palazzo Chigi con D’Alema premier. «Per due giorni rinviarono l’incontro. Poi lo fissarono, finalmente. Ma purtroppo proprio in coincidenza di Reggina-Juve. Allora gli risposi: Forse non ci siamo capiti, l’incontro lo possiamo fare, ma dopo. Aspetto da due giorni, la partita la voglio vedere». Finì che Gheddafi lo incontrò a mezzanotte, dopo Reggina-Juve. Terminata, per la cronaca, 1-1.










