
Sulla scena La sfida di domenica sera con il Milan dovrebbe aver fornito l’ennesima indicazione perfino ai più miopi. Con il numero 16 in campo, i giallorossi sono un’altra squadra. Anche rispetto a quella della settimana precedente. D’accordo la reazione alla disfatta di Firenze, d’accordo che dopo una caduta tanto rovinosa è quasi fisiologica una risalita, ma la prestazione di De Rossi è stata superlativa, commovente, ai limiti dell’eroismo. Titolare a più di tre mesi dall’ultima volta, dopo un infortunio che «ha rischiato di farlo smettere di giocare», come rivelato dallo stesso Di Francesco al termine della gara con i rossoneri, è risultato il migliore in campo, nonostante fosse in condizioni più che precarie. Per coraggio, abnegazione, personalità: quasi scontato ricordando il suo carisma e la sua esperienza.
Meno prevedibile che anche stavolta fungesse da fulcro del gioco e catalizzatore di ogni pallone. Quelli in possesso distribuiti con la consueta maestria, dettando i tempi e cercando sempre la soluzione più efficace. Quelli avversari intercettati in quantità industriale. Dopo dieci gol subiti in una partita e mezza, con lui a fare da schermo davanti alla difesa sono state concesse due sole occasioni in novanta minuti a una delle squadre più in forma del momento. Non è una novità l’attitudine del Capitano a frapporsi sulle linee di passaggio avversarie. Come non è insolito vederlo nelle doppie vesti di primo regista e ultimo frangiflutti a protezione della linea arretrata. Ma l’assenza infinita dalla formazione titolare aveva confiscato le buone abitudini e reiterato i brividi a ogni ripartenza avversaria, qualunque fosse la squadra opposta alla Roma.
Dietro le quinte (…)
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