
IL PECCATO ORIGINALE – Poi la partita è cominciata e il gioco è filato via più o meno fluido. Brunetto nostro intorno alla mezzora ha effettuato il primo passaggio in avanti dopo 737 all’indietro; Schick, per troppo tempo assente senza valide giustificazioni, ad un certo punto si è inventato un numero da circo al limite corto dell’area del Milan, si è bevuto un paio di avversari dimostrando, se non altro, di esserci. Non che i loro compagni (e avversari…) avevano prodotto cose più belle, a dire il vero: partita sotto ritmo, molto tatticizzata da entrambe le parti e priva di reali emozioni. Ravvivata (si fa per dire…) dal faccia a faccia (dialettico, per carità) tra Rino Gattuso e Kolarov, lì sotto la Monte Mario, chiuso con un abbraccio da libro Cuore. Roma, dopo la parentesi con il 4-2-3-1, di nuovo con il 4-3-3 ma ancora con tanti, troppi elementi sfasati, un po’ legnosi, macchinosi. Tutto tranne che un bello spettacolo, lo avrete intuito. Come il sorriso di Nainggolan senza più un dente per una gomitata di Kessié. E quei dubbi iniziali sulle scelte di EDF? Bloccati lì, senza risposte o condanne. Almeno fino alla rete di Cutrone prima e di Calabria dopo, che hanno messo in evidenza tutti i limiti non solo del tandem Peres-Schick ma della Roma intera (staff compreso), incapace di prendere in mano la partita e di evitare che il Milan si portasse a casa la vittoria. L’ennesima prestazione globale imbarazzante, figlia dei troppi compromessi (tecnici e tattici) che agitano squadra e panchina, e che costringono la Roma ad uscire dalla zona Champions. Dal terzo posto al quinto, grazie alle invenzioni fasulle della panchina e alle prove oscene di chi stava dentro il campo.










