
Ma anche con uno staff di 5 persone con cui dividere le responsabilità: il vice Tomei, l’osservatore Marini, il preparatore Vizoco, l’analista Pierini. Forse perché Di Francesco, 14° allenatore nelle ultime 14 stagioni romaniste, le difficoltà della piazza le conosce bene: ci arrivò nel ‘97 da centrocampista, a 28 anni, voluto da Zeman. Finì per vincere lo scudetto con Capello nel 2001 per poi andarsene, salvo tornare quattro anni dopo – su suggerimento di Totti e del fedelissimo Vito Scala – per fare da team manager a Spalletti. Dopo quell’esperienza, aveva deciso di chiudere con il calcio: aprì uno stabilimento, Stella d’oro, a Pescara. Quasi per tornare a quando da bambino, dopo la scuola, serviva ai tavoli del ristorante-hotel dei genitori a Sambuceto, nemmeno 10 km da Pescara. A proposito di normalità. Proprio a papà Arnaldo, tifoso del Bologna, deve il primo legame col calcio: quel nome, Eusebio, appiccicatogli addosso in onore della leggendaria Pantera nera che trascinò il Portogallo al terzo posto Mondiale nel ‘66. Il figlio Federico, che nel Bologna ci gioca, è invece romanista: «Il suo idolo è De Rossi e anche per me è un modello, il primo a cui ho scritto. È il mio punto di riferimento: al di là che sia titolare o meno». Un modo per dire che sono tutti uguali. Pure Totti: «La società ha parlato con Francesco per quello che sarà il suo futuro da dirigente e a breve dovrà dare una risposta. Deve scegliere con il club, è abbastanza grande per farlo, io sarei felice di lavorare con lui». L’appuntamento tra il weekend e la prossima settimana. La Roma invece il suo nuovo abito l’ha già indossato: quello di una inusuale normalità.










