
E dopo la denuncia di rito le indagini avevano condotto gli inquirenti fino alle abitazioni dei due indagati. E così, durante la perquisizione, in casa di uno dei due tifosi era stato trovato un manganello retrattile e un manifesto particolare: raffigurava l’immagine di Alessandro Alibrandi, il terrorista proveniente dall’ultradestra capitolina degli anni Settanta. «Alibrandi lo hanno ammaz zato i suoi, è morto per fuoco amico», avrebbe detto in seguito Massimo Carminati, intercettato al telefono nel corso dell’inchiesta al Mondo di Mezzo. Ma questa è un’altra storia. Nulla a che vedere con le accuse di istigazione all’odio razziale contestate dalla procura di Roma e che secondo il gip «non sussistono». Perché nel motivare la sentenza il togato ha spiegato che «l’espressione giallorosso ebreo ha la finalità di deridere la squadra avversaria ed è ricollegabile allo storico antagonismo» fra le due compagini capitoline. Il tribunale di piazzale Clodio ha quindi spiegato che l’espressione e le parole usate all’Olimpico dagli imputati «rimangono confinabili nell’ambito di una rivalità di tipo sportivo». Il coro, in buona sostanza, «aldilà della scurrilità – si legge nella sentenza – esprime mera derisione sportiva». Insomma è uno sfottò che deve essere ricondotto al clima da stadio. «Sebbene l’accostamento giallorosso con ebreo possa aver assunto nelle intenzioni del pronunciante valenza denigratoria, ricollegabile latamente a concetti di razza, etnia o di religione – continua il gip nelle motivazioni – le modalità di esternazione non costituiscono alcun concreto pericolo di diffusione di un’idea di odio razziale e di superiorità tecnica». Razzismo o meno, gli scontri verbali tra le due tifoserie negli ultimi mesi stanno diventando sempre più aspri. Nel maggio scorso, ad esempio, quattro manichini giallorossi erano stati impiccati sul ponte pedonale di via degli Annibaldi. Salah, Nainggolan e De Rossi non avranno vissuto momenti sereni osservando quei manichini che, indossando le loro maglie, penzolavano sotto uno striscione che recitava: «Un consiglio senza offesa, dormite con la luce accesa». Anche in quel caso gli ultras della Lazio si erano mostrati «meravigliati e stupiti da tanta ottusità, dal sensazionalismo misto all’allarmismo che anima il giornalismo italiano». Anche in quel caso si era parlato di «sfottò».










