
Una colonia che ha segnato la differenza e che ora lancia la Juve verso il Napoli come un sasso nella fionda. Padre marocchino e madre algerina, Medhi Benatia è un francese naturalizzato che nei giochi senza frontiere della Juve trasforma la Babele in vocabolario, nessuna parola fuori posto, nessuno che non capisca gli altri. La maglia è la numero 4 che già fu di Paolo Montero, assoluta garanzia di robustezza, e se Benatia avesse anche solo due etti della cattiveria agonistica dell’uruguaiano sarebbe irraggiungibile, ma anche così funziona. Nella Juve blindata dei tre centrali, Medhi è quasi un marcatore fisso. Ha seguito Dzeko come una decalcomania ma non Schick, juventino mancato come il gol del pareggio che nel finale gli sfugge. Un incrocio di destini che tuttavia non cambia il risultato: Benatia non paga dazio sull’errore che lancia il ceco, doveva proprio essere la sua notte. Che il 4 sia la cifra e il marchio di Juve-Roma dimostra come Allegri abbia ormai svolto il teorema dell’equilibrio, operazione che al momento non prevede la presenza di Dybala. Dove potrebbe mettersi, qui dentro? Domanda che Benatia aveva forse posto a sé stesso quando non riusciva a levarsi dalla panchina, un anno intero è rimasto lì, in mezzo all’area c’era ancora Bonucci (quello vero) e lui doveva aspettare. Poi è stato recuperato nella testa e nella fiducia, come De Sciglio, certe operazioni riescono bene ad Allegri con materiale che pareva di scarto. Ed ecco che Medhi Benatia cancella la memoria italiana del suo predecessore (al Bari) Rachid Neqrouz, che qualcuno ricorderà per come molestava i centravanti avversari con perizia quasi da urologo. Ma quello era solo folclore, invece Benatia è già una colonna, è un piccolo riscatto collettivo, orgoglio postumo di tanti maruchìn torinesi tra fabbrica e città.










