
Odisseo non avrebbe mai lasciato Itaca se non fosse stato costretto. E noi sappiamo che passò vent’anni a vivere soltanto per tornare a casa. Nessuna bellezza poté trattenerlo: né donne, né mondi paradisiaci, né promesse di immortalità. Solo Itaca, Penelope, il padre Laerte, il figlio Telemaco. Lo stesso è sempre stato per Totti, impegnato per quarant’anni in un eterno ritorno a casa. Noi romani e romanisti sappiamo benissimo ciò che significa. Ma anche chi non coltiva questa follia tutta romana lo ha capito, nel tempo. Perché c’è qualcosa di unico a Roma. Ossia una squadra di calcio che è lo specchio perfetto della città, nella sua bellezza e nella sua magia, come nella sua follia e nei suoi crolli. A tal punto che chi in questi ultimi anni voglia capire Roma e i romani potrebbe benissimo limitarsi a studiare l’AS Roma.
Ora, di questa squadra così profondamente identificata nella città (un fatto ormai unico nel mondo del calcio stellare, televisivo e sempre più inumano), Totti è stato e sempre sarà l’esemplare massimo. Apparentemente disincantato e in realtà romantico; cinico come solo i romani sanno esserlo, ossia senza cinismo, ma con l’amarezza di chi sa che le generazioni ci sopravvivono e la città resta eternamente la stessa; pieno di quel malinconico amore dissimulato dietro il sorriso sornione, come solo in una canzone di Gabriella Ferri; disposto a tutto per vincere anche una sola volta, ma quella capace di restare per sempre. Chi ha festeggiato lo scudetto di Totti capisce immediatamente di cosa sto parlando, ma lo capisce anche chi abbia avuto soltanto la possibilità di vedere questo giocatore sublime volare quasi quarantenne per arrivare nel momento giusto a colpire morbido il pallone per pareggiare un derby che pareva perso, o entrare al 41’ di una partita ormai follemente perduta con il Torino e ribaltarla nel giro di 180 secondi. Basta.










