
INIZI – Eppure quel sinistro che usa come un joystick, comandandolo con precisione e potenza, è stato un compagno fondamentale della sua carriera. Ne svelò l’efficacia 10 anni fa, all’Europeo Under 21, quando spinse la Serbia verso la finale grazie proprio a una punizione contro il Belgio. Era appena stato acquistato dalla Lazio, per pochissimi dinari, e nella notte della firma, dopo aver battuto l’Italia di Casiraghi e Zola, si era presentato così: «Arrivo per giocarmi le mie carte, una delle mie doti è il calcio di punizione».
CLONE – Non millantava, Kolarov, anche da apprendista Mihajlovic. Cresciuto a Zemun, l’enorme sobborgo di Belgrado che ha dato i natali a tanti campioni serbi, si esercitava sin da piccolo a studiare l’attuale allenatore del Torino, maestro nazionale del settore, senza sapere che un giorno lo avrebbe imitato in tutto: anche nella scelta di giocare per tutt’e due le squadre romane, facendo solo il percorso inverso.
PERCENTUALI – Serbo, mancino, tosto, cecchino come l’illustre predecessore, Kolarov si era scaldato in patria, tra Cucaricki e Ofk, ma ha affinato le doti più avanti: tra la Lazio, in cui ha segnato due gol importanti su punizione contro la Fiorentina in Coppa Italia, il City e la gemma di Bergamo con la Roma, oltre alle nazionali serbe, ha collezionato 17 gol su 42 proprio grazie ai calci da fermo. Significa il 40 per cento del totale.
FISCHI A CHI? – Perso Pjanic, insomma, con un anno di distanza la Roma ha recuperato un prezioso specialista dei tiri da fermo. E pazienza se qualcuno, in minoranza, ancora ne contesta il passato laziale. Kolarov della Roma di Eusebio Di Francesco è già una colonna. Costruttore di gioco, motivatore, finalizzatore. E siamo solo all’inizio.


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