
Defrel, attaccante solo di nome, ha dovuto fare per 70 minuti la guardia a Bruno Peres e poi, uscito il francese, la Roma si è schierata con una difesa a 5 (Peres-Manolas-Fazio-Jesus-Kolarov) per evitare di crollare sotto i colpi dell’Atletico, che per tutta la ripresa ha dominato la partita. Fino all’incredibile doppia palla gol a tempo scaduto, che ha visto Saul prima stoppato da Alisson e poi dall’esterno del palo quando era più difficile sbagliare il gol che segnarlo. A ben guardare, però, la prima azione del match aveva fatto capire quasi tutto: Bruno Peres avanza ma perde palla, Koke si butta nello spazio vuoto e serve Saul, che sfiora il palo con un tiro a colpo sicuro. Fino a quando non rientreranno Karsdorp o Florenzi, tutti gli allenatori del mondo attaccheranno quel fianco della Roma: Spalletti ci ha guadagnato i tre punti in campionato con Perisic, Simeone poteva chiudere il discorso qualificazione con Koke. La Roma si è guadagnata il suo punto con la capacità di soffrire. Ha sicuramente fatto tutto il possibile, ma bisogna capire se questa sia una buona o una cattiva notizia. Per ora questa è e questo deve bastare. Con un Griezmann più in forma e Correa dal primo minuto al posto dell’evanescente Vietto, però, sarebbe finita peggio.
C’è da segnalare — e non è un particolare da poco quando le partite sono importanti — che, come contro l’Inter, manca un rigore ai giallorossi. Var o non Var cambia poco Orsato aveva deciso di non decidere alla moviola sul contatto Skriniar-Perotti e Mazic non ha visto dal campo uno sciocco ma netto fallo di mano di Vietto su cross (innocuo, ma questo non conta per il regolamento) sempre dello sfortunato argentino. Giusto lamentarsi, ma necessario ricordare anche il salvataggio araldico di Manolas a porta vuota, il miracolo di Alisson in uscita su Vietto a inizio ripresa e le tante occasioni sprecate da un Atletico che non è stato cinico come vuole sempre il Cholo. La Roma, adesso, avrà tre gare non difficili in campionato: Verona, Benevento e Udinese. Deve ricominciare a vincere per migliorare il morale e, da lì, cercare un gioco migliore, ma chissà con quale modulo. E in Champions sarà quel che sarà.










