
Prima di planare nella finale dell’Olimpico contro il Liverpool (quella mai giocata…), nell’edizione 83-84 della Coppa dei Campioni, la Roma si è concessa il lusso di collezionare un altro paio di 3-0. Nei sedicesimi sbriciolò il Goteborg grazie a Vincenzi, Conti e Cerezo, mentre nei quarti superò la Dinamo Berlino sfruttando un autogol di Grether e le reti di Pruzzo e di Cerezo. Era una Roma grande: tanto che per tornare a volare ha impiegato quasi vent’anni. Il nastro del tempo si blocca al febbraio del 2002. La gara? Ma Roma-Barcellona, ovviamente… Era la Roma di Capello, campione d’Italia, e ospitava il Barça nel secondo girone della Champions. Intrigante in quella maglia metà gialla e metà rossa, divisa in verticale, asfaltò i catalani affidandosi a Emerson (fortunato nel deviare il tiro di Candela), a Montella e a Tommasi. Un film da rivedere un milione di volte. Quella sera la curva Sud srotolò lo spettacolo dello striscione, lunghissimo: «Sotto un manto di stelle Roma bella m’appare». Incredibilmente, poi, la Roma riuscì nell’impresa di non qualificarsi ai quarti. Ma comunque. Quasi un anno dopo, ecco ancora un tris, l’unico in trasferta della collana. A Valencia la bellezza la disegnarono Totti con una doppietta e Emerson. E infine. E infine l’anteprima dei tre olé dell’altra sera: il 3-0 rifilato a novembre al Chelsea con El Shaarawy (doppietta) e Perotti. Così anche loro sono entrati nel piccolo club degli eroi dei tris giallorossi. Ed è stato un risultato decisivo per il camminare europeo della Roma di Di Francesco. Rotondo. Semplicemente, perfetto. Come il tre…










