
La Roma non ha giocato male, ma non è mai riuscita a trasformare in occasioni vere le sue ripartenze: tanti palloni sbagliati per centimetri, nessuna giocata davvero incisiva. L’Atletico ha accettato lo 0-0 per un’ora e poi Simeone ha trovato un paio di cambi importanti: Correa è entrato in partita con grande personalità, servendo l’assist per il gol di Griezmann con un cross miracoloso, scivolando quasi sulla linea di fondo; Gameiro ha chiuso la gara, scartando Alisson, quando la Roma era rimasta in dieci per l’espulsione di Bruno Peres (doppia ammonizione). Non scopriamo adesso la squadra di Simeone: in cinque partite di Champions ha segnato 4 gol e ne ha subiti 3, non è certo l’ideale per giocarsi l’over. Fin qui non era riuscita a vincere nemmeno una gara di Champions, ma nella serata senza ritorno ha sbloccato il tabù dello nuovo stadio Wanda Metropolitano.
Aveva detto bene, alla vigilia, il d.s. giallorosso Monchi: «Mai dare per morta una squadra di Simeone». La situazione nel girone è ancora buona — se non molto buona — per la Roma, che è padrona del suo destino. I giallorossi si qualificano con una vittoria, con qualsiasi risultato, contro un Qarabag che non può più puntare nemmeno alla qualificazione in Europa League. Ma basterebbe anche un pareggio tra Chelsea e Atletico Madrid, a Londra, per strappare il passaggio agli ottavi. Nel fare una giusta critica a una serata meno brillante di altre non bisogna dimenticare la sostanza di questi mesi di lavoro: la Roma era la terza forza di un girone difficilissimo e tutti avrebbero messo cento firme per trovarsi in questa situazione a una gara dalla fine










