
Vallo a dire a De Rossi, che s’è affacciato in prima squadra nella stagione col tricolore cucito sul petto ma ha visto fallire i sedici tentativi seguenti. Con tanto di nove secondi posti (compreso quello assegnato a tavolino causa Calciopoli) dal sapore spesso amarissimo. Eppure in lui ha sempre prevalso un pensiero: «E se me ne vado e la Roma vince?». In fondo, è lo stesso spirito che ha spinto Totti a non cambiare mai maglia, «anche se insieme abbiamo vinto poco» ricorda Francesco (due coppe Italia e una Supercoppa oltre al Mondiale), e ora a Daniele restano da contratto due tentativi per scrivere il lieto fine della sua carriera. Ma rispetto a Totti, si mostra più cauto. «Vincere è un percorso lungo – sottolinea De Rossi a Sky – è una parola della quale non si deve abusare. Me l’ha insegnato un allenatore al quale devo tanto come Conte. Si arrabbiava quando dicevamo di vincere, lo si fa tutti i giorni in allenamento, con gli atteggiamenti fuori dal campo, con gli episodi, un tiro, una parata, è tutto importante. Con la Juve un pareggio poteva starci ma se loro vincono da 6 anni significa che sono più forti degli altri. La Juve resta davanti a tutti ma da due anni vedo il Napoli è accreditato per vincere, subito dietro ci siamo noi». Con un Di Francesco «che potrebbe fare più punti di un tecnico magnifico come Spalletti», un centravanti, Dzeko, «che è un campione assoluto» e la guida spirituale di Totti, «calato bene nel nuovo ruolo grazie al rapporto con Monchi». Un De Rossi sempre più positivo, con una parola buona concessa a tutti (persino a Tavecchio… ), per combattere quella negatività che, secondo molti dentro Trigoria – compreso il neo arrivato Monchi – è il vero male da estirpare.










