
Il sogno della Roma era di tappare la zona di campo in cui Ünder non dà evidentemente sufficienti garanzie (ma siamo sicuri?). Dovrà farsene una ragione. Il Barcellona si è inserito come una serpe e ha stretto la mano del Bordeaux e dell’agenzia del brasiliano fingendo di essere Monchi, però offrendo di più. Non è la prima volta. Negli ultimi anni intere pagine d’affari hanno avuto come tema l’ambiguità, il veleno nella coda o il dulcis in fundo (dipende dai punti di vista). Di Stefano avrebbe dovuto giocare un anno al Real Madrid e uno al Barcellona. Poi prevalse il buon senso. Il calciatore che firma per due società e diventa come Arlecchino, per poche ore, servo di due padroni, magari senza neppure aver firmato alcunché, accomuna Malcom a Figo, che per un attimo fu juventino e parmense, e a Susic, il talentuoso jugoslavo che fu dell’Inter e nel contempo del Torino, salvo poi buttare tutto nel cesso e trovar casa a Parigi. Non è carino e non si capisce come sia possibile. Ma è così che funziona. Come Malcom, Berbatov era atteso a Firenze e non arrivò mai (neppure alla Juve che provò a intercettarlo allo scalo di Monaco). Jorginho era stato praticamente preso dal City e poi gli è stato consigliato di seguire Sarri al Chelsea. Viola aveva comprato Zico, solo che non era vero. Finì due anni dopo all’Udinese. In compenso alla Roma arrivò l’allora abbastanza sconosciuto Falcao, dato per sicuro all’Inter. Quando c’è da rinforzarsi non si chiede mai scusa. È inutile che la Roma se la prenda col Barcellona. Figuriamoci che all’ultimo respiro, e spesso di notte, rubano persino gli allenatori. Ancelotti, Capello e le loro fughe di mezzanotte.










