
E di parecchio, per due ragioni: 1) il grosso degli affari viene perfezionato all’inizio e alla fine; 2) l’assegnone che il Barcellona ha incassato verrà girato sul mercato, col presidente catalano Bartomeu che ha già fatto sapere di essere intenzionato a reinvestire per compensare la perdita. Verratti, Coutinho, Di Maria: le idee non mancano, le risorse nemmeno. «Bene, sono tornati i soldi» se la rideva Mino Raiola nei giorni dell’affaire Donnarumma. Sempre in Spagna, ma a Madrid, lato Real, dal Monaco dovrebbe poi arrivare il formidabile Kylian Mbappé, 18 anni e 180 milioni di valutazione (senza clausola). Un altro gran bel colpo che aumenterà il conto ma senza influire sulla classifica: la serie A è al secondo posto con 703 milioni di investimenti (696 il dato finale di un anno fa, 570 nel 2015/16) davanti ai 553 della Ligue1, ai 470 della Bundesliga, ai 357 della Liga. In testa a tutti con 1,05 miliardi c’è la solita Premier che con il suo mostruoso contratto televisivo triennale 2016-19 da 7 miliardi di euro (solo per la trasmissione delle partite nel Regno Unito, diritti esteri quindi esclusi) è, insieme alla comparsa dei ricchissimi fondi d’investimento al posto del modello di proprietà classica, la fonte principale di questa fiumana di denaro e pertanto del neymarismo di Mou. Singolare il fatto che le critiche più robuste arrivino proprio dall’Inghilterra dove in questi giorni si sono lamentati un po’ tutti gli allenatori, da Klopp del Liverpool («Così non va bene») a Wenger dell’Arsenal («Siamo oltre il buonsenso», intanto però ha messo 53 milioni per Lacazette del Lione): la verità è che, anche se le distanze restano abissali, l’offensiva del Psg oggi inquieta un po’ la ricca Premier che guarda con sospetto la crescita economica e mediatica di campionati storicamente di secondo piano come Bundes e Ligue1. E, forse, un po’ anche il lento ritorno della nostra scalcagnata serie A che, chissà, sta pian piano smettendo di vivere di ricordi.










