
Non bastano i metodi tradizionali per individuare il nuovo numero 10 e, pure se Trigoria è fornita di un’ampia rete di osservatori, sarà il «machine learning» a segnare una svolta storica nella ricerca dei talenti del futuro: «Puoi guardare 6.000 giocatori, ma se cerchi determinate caratteristiche devi vedere ore e ore di video. Noi – annuncia durante la Sloan Sports Analytics Conference di Boston – siamo stati fortunati, abbiamo incontrato diverse persone, tra cui due donne, e abbiamo creato un gruppo in grado di costruire un sistema che identifica quei calciatori e li filtri. Dobbiamo capire di quanta potenza dei computer si ha bisogno per tutti i dati che sono lì fuori e pensiamo di aver trovato la soluzione: questa è la direzione che vorremmo intraprendere». Una nuova scuola di pensiero che strizza l’occhio alla tecnologia, pensare di trovare il prossimo Totti al pc non è (solo) follia: Monchi è stato negli Usa proprio per parlare con una società che si occupa di «big data» e, a differenza del suo predecessore Sabatini, condivide l’approccio futuristico di Pallotta, senza dimenticare mai le basi del mestiere.
Altrimenti non ci sarebbero 12 Academies giallorosse negli Stati Uniti: «E ne stiamo aggiungendo altre. Ci sono al momento 20 mila ragazzi, abbiamo notato che il gap tra i giovani americani e quelli italiani si crea quando si arriva all’età della Primavera, perché qui non si gioca tanto come in Europa». Il presidente lavora su due continenti e sogna una Roma stile Barcellona con tifosi in tutto il mondo che la dovrebbero scegliere come «seconda» squadre del cuore: «Ci sono 3 miliardi di tifosi, se riesco a prenderne anche solo l’1% e ognuno spende in media 5 euro, si tratterebbe comunque di un’entrata di 150 milioni di euro, anche se non bastano a pagare il cartellino di Messi». Se trovasse il nuovo Totti non ce ne sarebbe nemmeno bisogno e magari gli si perdonerebbe qualche uscita fuori luogo: «Abbiamo mandato due radio in bancarotta, ce ne mancano altre 7. Se le ascoltassi tutti i giorni, mi butterei da un ponte perché sparano merda tutto il giorno su quello che facciamo o su quello che faccio io». Cose da marziano.










