
CHE SERIE – Una specie di cerchio che si chiude, qualcosa questa coppa ad Alisson lo doveva. Da un anno a questa parte, da quando il portiere della Seleçao s’era giocato l’andata del playoff con il Porto. Al ritorno rientrò Szczesny, la Roma salutò la musichetta che tanto piace e il nostro divenne il portiere dell’Europa meno nobile. Rieccoci, l’Atletico Madrid. Mamma che fatica. Un protagonista che s’è fatto scudo di un paio di pali e della speciale partecipazione di Manolas. Un portiere che – non inganni il passaporto -se un difetto ce l’ha è proprio nel gioco con i piedi, non precisissimi. Ma tra i pali eccolo qui, in stile Benji – ma in Brasile andava in onda il cartone animato? – ha bloccato Griezmann nel primo tempo dopo il salvataggio di Manolas. Pensi: il peggio è passato. Doveva accadere ancora tutto. Alisson, che sulla maglia ha Becker per le origini tedesche, tedesco e inflessibile s’è mostrato via via pure su Vietto, due volte su Correa e su Saul nel finale, quando Simeone già pregustava tre punti.
CIAO SZCZESNY – La sera dei miracoli la cantava Lucio Dalla, ma Di Francesco sarà andato a casa canticchiandola. La curva Sud, invece, ha dedicato un coro speciale a fine partita proprio al portiere brasiliano, su quelle note per tanti anni dedicate ad Aldair, connazionale di Alisson. James Pallotta lo ha applaudito: «E’ stato grande, ora è pure dimagrito». E lui se la ride: «Il clean sheet conta molto per noi – ha detto -. La parata più difficile è stata l’ultima su Saul. Spalletti? Gli voglio bene, ho aspettato il mio momento, ma ho imparato molto anche perché Szczesny ha fatto sempre bene. In ogni caso in campo ho fatto solo il mio dovere, mi pagano per questo no? Usciamo dal campo a testa alta, la nostra è stata una prestazione positiva, faticare contro un Atletico così ci sta. Per la qualificazione non dovremo lasciare altri punti per strada in casa».










