
Finalmente poi la Roma ha fatto sentire la propria voce tramite le parole di Mauro Baldissoni, che ho letto con grande attenzione. Noi siamo tifosi, non esperti di marketing, e quindi ho dovuto cercare di immedesimarmi in un ruolo che non mi compete e che vedo dall’esterno. Comprendo, quindi, il discorso del non svalorizzare il brand accettando proposte economiche di un potenziale main sponsor non in linea con ciò che si vuole ricavare, tuttavia credo che chi investe soldi su una scritta su una maglia sia disposto a farlo se c’è un ritorno a livello di visibilità e vittorie. È chiaro che squadre italiane che in passato hanno vinto molto abbiano un appeal superiore alla Roma che, attualmente, ha il fascino della storicità del nome e della tifoseria, sebbene più per il passato che per il presente, vista la repressione ed il genere di tifoso che si vuole creare. Anche per quanto riguarda il mercato e le plusvalenze, che sembrano quindi essere il sistema con il quale si intende mantenere la Roma competitiva nelle prossime stagioni fino a quando non sarà costruito il nuovo stadio, va detto che ci sono squadre come il Napoli e – ahimé – i nostri dirimpettai, che non devono costruire nuovi stadi, che sono soggetti anche loro al fair play finanziario ma che sembrano essere in una situazione generale migliore della nostra, visto che il Napoli è primo e che quegli altri probabilmente si giocheranno un’altra finale di Coppa Italia. E allora, fermo restando che il calcio non è una scienza esatta, si ha l’impressione che alla fin fine tutto dipenda solo dall’abilità e dalle capacità del Direttore Sportivo che, sempre nell’attesa del nuovo stadio, deve strutturare una squadra che sia in grado non solo di essere competitivi (perché non è che possiamo competere a vita), ma anche di vincere qualcosa da qui alla posa dell’ultimo mattone, avendo un occhio fisso puntato sul bilancio.










