
Facendosi teleguidare: De Vito, seduto tra il pubblico, regolamento alla mano, per tutta la giornata il numero uno dell’aula Giulio Cesare ha dettato la linea alla squadra del minisindaco Dario D’Innocenti via WhatsApp. Due presenze, la sua e quella di Ferrara, necessarie per evitare altri mal di pancia interni ed equilibrare l’assenza tattica dei due consiglieri municipali Mancuso e Tallarico. «Siamo qui per fornire supporto», è la versione del capogruppo capitolino. Che poi dice la sua sulla sospensione di Cristina Grancio, decisa direttamente da Milano. Ovvero dalla Casaleggio Associati. «Ovviamente ci hanno consultato — spiega Ferrara — ma precisiamo: non si tratta solo di quello che si è visto in commissione urbanistica, ma soprattutto del comportamento tenuto nelle riunioni interne». La metafora è quella del divorzio: «Quando due si separano, l’ultimo bisticcio viene da lontano». Ora l’ortodossa 5S ha dieci giorni per rispondere alle contestazioni. Quelle che potrebbero costarle la famosa penale da 150mila euro. Lei, però, è convinta: «Mi hanno tirato fuori dalle chat, ma più di un collega mi ha chiamato per solidarizzare. Sto preparando la difesa e sono pronta ad arrivare fino in appello. Io nel Pd? Mi candidarono anni fa solo per un’assemblea interna. Domani (oggi, quando partirà la maratona per lo stadio, ndr) sarò in aula? Non so, la notte porterà consiglio. Non ho tradito nessuno e vorrei rimanere nel gruppo». Una squadra che ora, ragiona un altro dei 29 eletti, «rischia l’effetto valanga». Sul piede di guerra ci sarebbero altre tre consigliere. Una grana in più per il M5S, che deve fare i conti anche con la denuncia del Pd municipale: «Il voto è illegittimo, è stato forzato il regolamento», tuonano la capogruppo Claudia Pappatà e il consigliere Alessandro Lepidini. De Vito risponde per le rime: «Dal Pd solo ostruzionismo in difesa della vecchia delibera e del cemento».










