
Il motivo? Soldi. «Se mi togli un milione e ottocentomila, e poi però mi restituisci un milione e ottocentomila…», ammette Nicchi, soddisfatto, lasciando il salone ancora in festa. E magari l’Aia guadagnerà anche dieci posti di osservatore arbitrale all’Uefa, dove il dg della Federcalcio Uva è in corsa per un posto nell’esecutivo. Lo sconfitto Abodi giura che rinuncerà alla poltrona della B, spera di risalirci ma difficilmente avrà i numeri. Prima di consolarsi con una partita di calcetto tra amici in serata, però, punta l’indice sui fischietti: «Che gli arbitri decidano un’elezione fa male, mi aspettavo fossero super partes». E invece hanno avuto un peso politico – soprattutto quando, al secondo voto, il n.1 uscente scricchiolava perdendo il 3% – allineandosi con i club di serie A che hanno sostenuto Tavecchio. Pure la Juve, anche se per Marotta è «un sì a Tavecchio, purché sia indipendente». Da Lotito, vero padrone di casa all’Hilton tra sorrisi e pacche sulle spalle: «So’ come ‘na bella donna, guarda che coscia», si vanta ebbro, abbracciato da Sergio Santoro, presidente della commissione di garanzia elettorale. All’indipendenza non credono Roma, Bologna, Sassuolo, Cagliari e Empoli, uniche di A a votare Abodi. De Laurentiis s’è astenuto, Chievo e Crotone sono fuggiti prima del voto. Unica componente compatta contro “mister T” (salvo piccole emorragie) i calciatori. Tommasi attacca chi «s’incatenava alla Federcalcio e oggi è incatenato alle poltrone». Un colpo a Ulivieri, guida del travaso dei tecnici alla corte del campione.










