
«Pensavo fosse Mariangela, la figlia di Fantozzi. Non sapevo si trattasse di Anna Frank». Queste erano le tesi strampalate, fornite da alcuni dei tifosi, appena sette mesi fa durante l’interrogatorio in procura. All’epoca, a piazzale Clodio, gli inquirenti avevano stentato a credere alle loro orecchie: “Cosa? Ma lei scherza?”. Questo era stato il repertorio difensivo portato avanti da almeno 6 dei 12 ultras dopo i fatti del 22 ottobre 2017. La tesi di fondo, per tutti loro, era stata sempre la stessa: «Gli adesivi di Anna Frank con la divisa giallorossa non hanno nulla di xenofobo. Solo una presa in giro tra tifosi». Era stata questa la via, che alcuni di loro, avevano scelto di percorrere per cercare di scrollarsi di dosso la pesantissima accusa. Tuttavia la domanda che poco dopo si erano posti gli investigatori era questa: «Stanno cercando di prenderci in giro o sono realmente ignoranti?».
Uno dei supporter biancocelesti aveva spiegato candidamente che lui pensava che si trattasse “di una comune bambina”, aveva ribadito. Ma alla domanda del magistrato: «Che tipo di presa in giro può esserci con l’adesivo di una normale bambina che indossa la maglia della Roma?» . L’uomo non aveva saputo dare alcuna risposta. Comunque il repertorio antisemita sfoggiato dai 12 indagati non si era fermato al solo adesivo di Anna Frank. Infatti i pm gli contestano anche di aver appiccicato altre “figurine”: “Romanista Aronne Piperno” (si tratta dell’ebanista ebreo del film Il Marchese del Grillo)” e ” Romanista ebreo”. «Con intento chiaramente denigratorio e di scherno, ponendo in essere una condotta di discriminazione e di incitamento all’odio» , si legge nel capo d’imputazione notificato il 21 novembre scorso a firma dell’aggiunto Francesco Caporale e del pm Erminio Amelio.










